Il libro delle case – Andrea Bajani

Se si guarda da lontano, appare come un piccolo parallelepipedo.

Gli angoli lievemente smussati, causa logorio dell’uso.

È una casa, ma al Catasto non ha Particella né Subalterno.

Ha fogli, ma non un Foglio di mappa.

È la casa di chi si emoziona quando la luce rimbalza sulla carta stampata.

Ora ci si avvicini a quel luogo rettangolare.

Si noti la facciata, con un bambino e una tartaruga.

Un gioco di chiaroscuro che non prova neanche a richiamare Caravaggio.

È un posto che sa di cellulosa. Di familiarità. Di vita e di angoscia.

È il libro delle case.

La vita che succede è soprattutto la vita nelle stanze

La premessa metodologica è un’intuizione originale quanto radicata nel comune sentire: per capire e raccontare la vita di una persona, bisogna capire e raccontare prima di tutto la sua casa. Non c’è luogo – interiore o esteriore – più adatto su cui si possa basare la ricerca di una vita, di quell’indomabile fascio di emozioni che l’uomo rappresenta, con le sue idiosincrasie, i suoi slanci di inatteso affetto e le sue cadute di stile sotto specie di errori.

Bajani ci accompagna nelle case di Io: da quella della sua infanzia, fino  a quella dove trascorrerà la mezza età. Io sarà bambino a Roma, occupato a rincorrere una tartaruga; marito nella casa borghese di Torino; bohemién nella mansarda parigina; businessman in un albergo di Londra; studente universitario su un materasso nella zona giorno di un appartamento condiviso; infine, uomo che sconta gli errori di una vita qualunque.

La casa, d’altra parte, è l’unico luogo in cui si osservano senza filtri le interazioni di Io con Moglie e Bambina, con Madre e Padre, e con Tartaruga. Sullo sfondo, il rapimento Moro e il dramma dell’omicidio di Poeta (P.P.P.oeta).

Il libro delle case narra di una vita come tante, di una vita che, in quanto tale, non si lascia racchiudere entro gli schemi rigidi dei dati catastali.

C’è una tartaruga, in mezzo a Roma, sospesa tra i palazzi

Lo stile dell’autore è definito, netto. La sua prosa impeccabile richiama talvolta il linguaggio burocratico, ma si concede anche inaspettati sprazzi di poesia.

Il mancato utilizzo di nomi propri, ma solo di pronomi (Io) e di appellativi (Madre, Padre, Bambina) ha un effetto straniante, quasi respingente. Tuttavia, la profonda sensazione di intimità e lo stile autobiografico fanno da contrasto a questa narrazione formale e portano il lettore in un mondo vivo e caratterizzato.

L’autore impugna quasi una telecamera, mettendo a fuoco l’ambiente nel suo complesso, poi qualche dettaglio e, infine, ciò che avviene all’interno delle sue mura.

La forma del racconto è particolarissima e originale: i brevi capitoli sono tutti intitolati a un luogo. In questo concetto ampio di “casa” sono racchiusi posti reali ma anche immaginari, come la “casa dei ricordi fuoriusciti”, o la “casa del persempre”.

«In quanto tale, la casa dei ricordi sfuggiti alla memoria di Io esula da qualsiasi localizzazione, è una piega dello spazio-tempo. Difficile dire se stia ferma o in movimento, se sia soggetta alle forze del cielo e della terra».

La consistenza della luce

Il libro delle case non è un libro che coinvolge le masse. Non lo è perché, con la sua struttura e con il suo stile, non può andare d’accordo con ombrelloni e tintarella.

Si concede per poco tempo e a piccole dosi. Sembra docile, ma graffia quando meno te l’aspetti.

Richiede l’abbandono dell’idea classica di romanzo e richiede fiducia. Bisogna lasciare che Io ci prenda per mano e ci porti, a poco a poco, dentro il suo mondo fatto di visure catastali e metri quadri.

Il libro delle case è il libro degli spazi che generano le storie e fanno riemergere i ricordi. È il domicilio della vita, “un canto pubblico e privato che nessuno può cantare perché non ha le parole”. È la consistenza della luce, quella del lampione che illumina il dettaglio.

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