BALOCCHI E PROFUMI (I PASSI)

      Ho sessant’anni – sessantatré per la precisione – e una salute più che discreta. Il cardiologo mi ha detto: lei è sano come un pesce. Sono andato da lui per uno sgradevole senso di cuore in gola che mi prende all’improvviso, più volte durante il giorno. Mi ha fatto un elettrocardiogramma normale, uno sotto sforzo, mi ha richiesto una sfilza di analisi, mi ha fatto anche mettere l’holter per due giorni. Lei è sano come un pesce, ha concluso.

Sono andato pure da un otorino, ho dei disturbi alle orecchie, sento fastidiosi ronzii, dei sibili a volte. Pare si chiamino acufeni. Mi ha fatto un sacco di prove, mi ci ha guardato dentro. Lei, nonostante l’età ha l’udito di un ragazzino, complimenti! mi ha detto. Magari, se proprio vuole, prenda per un mese queste compresse, sono una buona prevenzione a livello neurologico: se non le dovessero fare bene, sicuramente non le faranno male.

Non le ho neppure comprate. Tanto, io lo so di che cosa soffro.

     Un incubo. Ecco cos’è stata la mia vita con Eugenia. La mia Eugenia. Un incubo spaventoso.

Perché io avevo paura. Sì, paura di lei, e anche paura di me, delle mie reazioni, dei miei pensieri.

Dei suoi pensieri. Che mi dominavano. Tutto, di lei, dominava tutto, di me. Le sue parole appuntite, affilate, nitide e dolorosamente vere, i suoi gesti essenziali e sensualissimi – quei movimenti panterini che le erano talmente naturali, spesso svogliati, a volte scattanti, sempre lunghi, sinuosi e avvolgenti – i suoi silenzi spietati, il suo corpo provocante, la sua violenta assenza, il suo odore indimenticabile.

Alta, flessuosa, la vita esilissima, le spalle diritte e perfette, le gambe incredibilmente lunghe, i capelli corvini, gli occhi verde smeraldo, pallida, gli zigomi alti sulle guance scavate, le labbra disegnate con divina proporzione, rosse, sensuali.

Era bellissima. E terribile.

Stavo nel mio studio, in piedi, voltato verso gli scaffali della biblioteca, le spalle alla porta, un libro aperto fra le mani, precipitato nella lettura quando, tutto a un tratto, la sentivo – non la vedevo, la sentivo – sopra alla spalla destra, il respiro era un soffio simile alle fusa, ma quelle di una tigre. Sobbalzavo, sembrava che mi svuotassi all’improvviso di tutto il sangue, i piedi e le mani formicolavano e venivo abbracciato dal suo odore – non odore, profumo! – che mi inebriava, mi stordiva, facendomi scattare nel cervello mille pensieri lubrìchi. Allora, ancora scosso dai brividi, paura e piacere indissolubilmente mischiati, chiudevo il libro di scatto, lo posavo, mi voltavo verso lei che mi sovrastava  – era alta, più alta di me  – la vedevo nel suo abito nero che la disegnava come un ghirigoro art noveau, e quando, allo stremo, allungavo le braccia per toccarla, per averla anche solo un istante, già non c’era più.

Non aveva ancora trent’anni eppure mi sembrava di percepire, dentro di lei, remote ere geologiche.

Soffrivo e la desideravo di continuo. Non riuscendo a sopportare quella sete ingorda e insaziata, avevo cominciato a bere molto alcool. Ma l’alcool amplificava in modo abnorme il mio desiderio insoddisfatto che andava a colmare ogni pensiero, ogni appartato anfratto della mia psiche.

Il lavoro era un tormento. Facevo l’antiquario. Amavo le cose. Dovevo acquistarle compulsivamente, possederle, contornarmi di esse, con esse riempire ogni spazio, ogni parete, ogni angolo, ogni armadio, ogni cassetto. Avevo orrore del vuoto. Ero ridondante in tutte le mie manifestazioni, nel parlare, nel vestire, nell’arredare le case con un folle surplus di mobili, di quadri, di oggetti.

Avevo tante clienti, alcune decisamente gradevoli, molte fin troppo affabili. Ma da quando avevo incontrato Eugenia desideravo lei, lei soltanto, pensarla, vederla, in certi modi, vestita in una certa maniera, forse toccarla. La sognavo a casa, ad aspettarmi e bramavo solo il momento di tornare, guardarla, sfiorarle i capelli, odorarla. Chiudevo in anticipo la galleria e rientravo di corsa, affannato e sconvolto. Ma lei non c’era.

Allora  cominciavo la tortura. Cercavo di immaginarla immersa in pratiche efferate, brutali, innominabili. Ingigantivo con la potentissima lente della psiche i particolari più laidi. Mi rotolavo in quel fango che io stesso producevo, ci sguazzavo, soffrivo, piangevo. Quando mi pareva di essere giunto al limite del sopportabile mi attaccavo  di nuovo alla bottiglia, alle bottiglie di cui volevo solo constatare il fondo prosciugato, quindi cadevo in uno stato di torpore doloroso, un sonno acuminato e spaventoso nel quale rivivevo tutta la sofferenza già provata da sveglio, col puzzo atroce del mio vomito che mi soffocava.

Ridestandomi provavo vergogna e pena per me stesso, per quello stato inverecondo in cui ero capace di ridurmi. Se mi avesse visto mia madre! Ma questa umiliazione, almeno a lei era stata risparmiata. Mia madre infatti era morta giovanissima, quando io ero molto piccolo. Di notte si era alzata e al buio aveva inciampato nei miei giocattoli, alcuni birilli che avevo lasciato sul pianerottolo. Era scivolata giù dalle scale e si era rotta l’osso del collo.

Era una donna molto bella e molto distratta. Lontana. Non c’era mai, sempre in viaggio. Però, quando tornava, mi portava tanti regali, tanti giocattoli. Malgrado ciò, pensavo che non mi amasse. Certi momenti… Si soffre profondamente da piccoli per quelle cose. Oltre questo, di lei ricordo poco altro, pochissimo… i suoi capelli, il suo profumo.

      Eugenia l’avevo conosciuta una sera a una festa (in casa di uno di  quei sarti, che oggi, insieme ai cuochi, dettano legge, i maître à penser di questa nostra epoca disgraziata) ed ero rimasto fulminato da quella visione, caduto da cavallo e accecato come quel tipo sulla maledetta via di Damasco. Trovai il coraggio di rivolgerle la parola, lei rispose, sembrò disponibile. Discorremmo per un po’, anzi ero io che parlavo. Lei ascoltava. Sorridente, enigmatica, lontana.

La invitai. Disse di sì. Venne da me.

Mi ero illuso di essere stato io ad averla convinta e invece si trattava solo di una sua decisione, netta e tagliente.

Da alcuni mesi vivevamo insieme. 

Io uscivo nella tarda mattina per andare in galleria. Lei era già da ore in salotto  lavorando a una sua curiosa  passione d’altri tempi, l’uncinetto e il piccolo punto, era abilissima e di una pazienza sorprendente, anche se, in quei suoi atteggiamenti assorti, percepivo emanare da lei un lontano brontolio come di tuono e un’energia straordinaria, compressa, quella del vulcano che sta per eruttare. Quando tornavo, la sera, spesso tardi, la trovavo ancora seduta nella sua poltrona a cucire e a ricamare, quasi che l’avessi lasciata lì soltanto mezz’ora prima.

Oppure mi aveva preparato una sorpresa. Mi aveva comprato alcuni giocattoli, di quelli che piacevano a me. Ma che doveva indossare lei, con cui doveva giocare lei, e io guardarla. Allora  la dovevo cercare: lei si era preparata e si era nascosta. Non la trovavo ma ne sentivo l’odore. Poi all’improvviso compariva, era un sogno vederla così adesso, guardarla senza poterla toccare. Lei, altera, sempre lontana, con uno strano indescrivibile sorriso appena accennato sulle labbra appena schiuse in un silenzio che diceva molto. Sembrava paga del fatto che quel gioco fosse di mio gradimento, che mi piacesse. E infatti mi piaceva alla follia, mi prendeva quel gioco, mi catturava totalmente. Giocavo e soffrivo.

Oppure non c’era. Non c’era proprio, però. Io speravo che fosse ancora una volta il nostro balocco: la cercavo, la chiamavo girando per tutte le stanze, credendo che si fosse nascosta nel bagno, nel ripostiglio, e che facesse finta di non sentirmi. Ma a un certo punto dovevo rendermi conto della realtà, accettare il fatto che lei non ci fosse. Non c’era infatti.

Rientrava tardissimo, quando io, ormai disperato, già pensavo di telefonare a polizia e ospedali. In quei momenti – la notte ormai fonda, a volte quasi l’alba – la desideravo ancora di più ma lei, al suo ritorno, era scostante, aspra, muta, e mi evitava con malagrazia. Si chiudeva in bagno, ascoltavo l’acqua scorrere per quasi un’ora, quindi usciva imbozzolata in un accappatoio. Io, come un cagnolino, l’attendevo lì sul pianerottolo, tra il bagno e la stanza da letto. Non potevo vedermi ma sicuramente scodinzolavo. Entrava in camera, si lasciava scivolare di dosso l’accappatoio permettendomi così di ammirare il suo corpo meraviglioso, sinuoso come uno strumento musicale ad arco. Quindi si lasciava cadere sul letto, distesa bocconi, e quel che adesso vedevo, io immobile sulla soglia, era uno straordinario paesaggio di valli e colline, una contrada segreta abitata da misteri insondabili e stupefacenti. Entravo in camera quasi in punta di piedi per paura che mi cacciasse, come accadeva spesso. A volte invece accettava, silenziosa, che io mi sedessi sul bordo del letto. Iniziavo allora un’esplorazione di luoghi reconditi, tiepidi, umidi,  straordinariamente profumati. Mi lasciava fare. Forse dormiva. Probabilmente provava pena e vergogna per me, che piangevo.

Non sapevo dove andasse quando spariva, ora più spesso, per lunghi periodi.

Quando tornava però, per alcuni giorni era meno serrata, più disponibile. Parlava, poche parole però. Ogni tanto si concedeva. A volte come se fosse stanca e svogliata, apatica. A volte come una furia.

Ero sfrenatamente geloso, senza ritegno. Avevo paura di perderla. Pensavo in continuazione che le sarebbe accaduto qualcosa e non comprendevo che così facendo le acceleravo la vita. Quel che temiamo più di ogni cosa, senza un motivo reale, tanto che sembriamo ossessionati da idee fisse, ha una proterva tendenza a succedere realmente. L’ha detto Adorno, mica un cretino qualsiasi.

Si avvicinava il giorno del suo trentesimo compleanno.

Nel frattempo la mia Eugenia era cambiata. Non so dire come, ma il suo essere stava modificando la consistenza del corpo fisico rendendola meno concreta, effettuale. Una condizione curiosa e allarmante. Aveva acquisito un stato meno compatto, meno denso. Etereo, quasi gassoso.

Mi sorprendeva nei momenti in cui ero assorto, in cui mi disperavo, in cui tentavo di pregare. Mi guardavo spesso alle spalle, sentendo qualcuno che mi osservava – quelle presenze intraviste con la coda dell’occhio che ci fanno rizzare i peli sulle braccia – e invece me la trovavo di colpo davanti, bianca come un lenzuolo, le labbra sensuali di un rosso vivido come sangue pulsante, i candidi denti scintillare, il suo profumo soffocarmi. E il cuore sobbalzava, pareva voler schizzare fuori dal petto, le orecchie erano straziate da quel silenzio stridente. Mi chiedevo se non fosse il caso di consultare un prete, o un esorcista.

     Mi aveva voluto presentare un suo amico.

Era un tipo normale, altezza media, aspetto medio, né bello né brutto, occhi chiari, sui quaranta. Ostinatamente silenzioso da far sospettare la reticenza o addirittura l’assenza della parola: anche lui la seguiva come un cagnolino, obbediva come un bravo soldato, solo mi appariva dotato di maggior dignità di quanta io ne fossi mai riuscito a dimostrare. Stringendomi la mano, la prima volta, mi diede l’impressione di volerla ritirare il più presto possibile, come se quel contatto lo avesse turbato, o gli avesse provocato ribrezzo. Mi aveva guardato negli occhi per un secondo, giusto il tempo perché io percepissi un odio profondo. La ragione per cui Eugenia avesse voluto stabilire quel contatto non riuscivo a comprenderla.

Ogni tanto quello compariva, portando curiosi regali per lei, scatole di latta, ferri da calza, un bastone di legno intagliato, un tamburello con le sonagliere, una bustina di tessere da mosaico, alcuni sassi rotondi, un cd di Lenny Kravitz. Non parlava mai. Veniva spesso trattato con durezza, con cattiveria, umiliato, anche davanti a me, soprattutto davanti a me, forse apposta davanti a me. Anch’io lo odiavo. Eppure certi momenti gettavo lì una parola, una frase, cercando di farmelo amico, sperando di capire cosa e perché. Non ricevetti mai risposta. Un bel giorno sparì. Non venne più. Neppure lei ne parlava più. Non so se continuasse a incontrarlo ma certo qualcosa era, ancora una volta, cambiato.

Anche Eugenia continuava a cambiare. La sua presenza tanto evanescente quanto perturbante, contribuiva a creare un’aura di malessere che ormai mi avvolgeva e mi pesava sulle spalle come un pesante cappotto bagnato. La mia mente era come immaginavo fosse la brughiera scozzese, spalmata di nebbia, di grigio e di freddo, cosparsa di una luce livida senza orizzonte. Solo che la nebbia stazionava immobile nel mio cervello mentre la mia Eugenia, di contro, sembrava sempre più evaporare, espandersi e disperdersi nell’aria, non in maniera lieve, delicata, bensì in una modalità lancinante e intollerabile. E io avevo sempre  paura, sempre di più.

Mancavano pochi giorni al suo compleanno: i trent’anni che, lo aveva detto una volta, le sarebbero stati fatali. Quell’attimo di quiete immobile prima che si scateni l’uragano. Continuava a terrorizzarmi con le sue pallide apparizioni, adesso sbiadite epifanie, che mi addannavano, non mi davano tregua. Nel frattempo aveva smesso di mangiare. Cercavo, pur temendola, di nutrirla, in qualche modo. Accettò soltanto sei arilli di melograno. Si era sdraiata sul letto, il volto esangue, talmente bianca da confondersi con le lenzuola.

Adesso finalmente la sentivo sciamare per tutta casa, dappertutto, e poi dentro di me, fin nelle mie più recondite intimità, come se mi divorasse dall’interno.

      Ormai ho chiuso la galleria, definitivamente, tanto non veniva più nessuno. Le mie disponibilissime clienti, disponibili non lo erano più e, parlottando fra loro, negli ultimi tempi mi definivano un tipo un po’ strano.

Eugenia è un ricordo sfocato, lontano, gentilmente doloroso. Di lei non rammento quasi nulla, se non i capelli… l’odore. Anzi, se non fosse per l’odore, per quell’antico profumo da mille e una notte, potrei addirittura dubitare che sia esistita realmente.

Vivo barricato in casa. Una casa vuota. Ho tolto tutte le cose. Le ho ammucchiate in salone, l’una sull’altra, anche i miei giocattoli. Ho fatto una enorme catasta, una gigantesca pira.

Ho cominciato a usare certe sostanze bizzarre. Non l’avevo mai fatto, da giovane. Vedo cose straordinarie, il cuore mi tamburella furioso nel petto, suoni inauditi mi trapassano i timpani, odori prodigiosi mi trafiggono le narici.

Frequento alcune prostitute. Una, la mia preferita – ha un corpo stupendo e un profumo delizioso – alcuni giorni fa mi ha raccontato di aver trovato l’amore, un bravo ragazzo, si sposeranno e andranno a vivere insieme, all’estero. Non è giusto. L’avrei voluta uccidere quando me l’ha detto.

Tengo le luci spente. Vago per casa come un vecchio barbagianni, al buio provo a indovinare gli anditi, le porte, poi mi fermo appollaiato sull’unica poltrona rimasta.

Ripenso a volte – prima non mi succedeva – alla mia lontanissima infanzia. E mi sembra di capire, a questo punto. Una mancanza intollerabile.

Stranamente i miei sensi – udito e olfatto in particolare – sembrano essersi acuiti, esasperati.

Ogni tanto, mentre gironzolo per le stanze vuote, il cuore all’improvviso mi balza in gola.  

Le orecchie percepiscono qualcosa, un sibilo, un soffio, un rumore di passi, in camera, nel corridoio, sul pianerottolo, sulle scale, e il trambusto, prima lontano, attutito, diventa sempre più nitido, più forte, ruzzola e mi cade vicino.

E l’odore, l’odore delle cose che non torneranno, si spande, feroce, dappertutto.

Sono malato.

Ma è inutile tornare dal cardiologo o consultare altri specialisti. Lo so bene di che cosa soffro. E conosco anche il nome della mia malattia.

In realtà sono sano come un pesce.

  • Paolo Marco Durante nasce a Roma ma vive in campagna con alcuni gatti. Si occupa di arte contemporanea collaborando con gallerie, organizzando mostre, curando cataloghi, scrivendo testi, ecc. Ama leggere, e anche scrivere, è appassionato di montagna, di cinema, di Robert Walser, di filastrocche. Diversi suoi racconti sono pubblicati su alcune riviste e antologie di premi letterari. Non è mai stato a Berlino.

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