Olympus, Texas – Stacey Swann

Scoperchiare il vaso di Pandora che si cela dentro di noi e lasciar correre liberi i nostri demoni;

lasciarsi cullare dal canto delle sirene, pieno di rimorsi e rimpianti;

avvicinarsi troppo al sole e precipitare nell’oscurità.

In “Olympus, Texas” (Doubleday, 2021), romanzo d’esordio della texana Stacey Swann, mito e realtà si fondono, portandoci nel Deep South degli Stati Uniti dei giorni nostri e raccontandoci una storia familiare degna delle antiche tragedie.

Cantami, o diva, della famiglia Briscoe l’ira funesta

I Briscoe suscitano lo stesso effetto di un incidente stradale: vorresti distogliere lo sguardo, sai che non è affar tuo, eppure la curiosità e il gusto per il macabro hanno la meglio. E a tutti gli abitanti di Olympus, in Texas, piacciono gli incidenti stradali.

March Briscoe torna a casa dopo due anni di esilio autoimpostosi per essere andato a letto con Vera, moglie di suo fratello Hap. Il ritorno del figliol prodigo non è cosa gradita né per l’ancora arrabbiato Hap né per la madre June, invelenita dal matrimonio con Peter.

Perché March le ricorda troppo il marito e il suo rapporto malsano con la fedeltà, che l’ha portata ad allontanarsi persino dalla figlia maggiore, Thea.

Questo era l’amore che dava a sua moglie, un amore che ti dà il voltastomaco.

Eppure, lei lo aveva scelto ancora e ancora.

June vuole però bene ad Arlo e Artie, i due gemelli che Peter ha avuto da Lee, legati da un rapporto indissolubile che solo loro due possono comprendere. Quando però Artie conosce Ryan, quell’indissolubilità inizia a far posto alla gelosia.

Vera è invece mossa da una voglia di riscatto.

Il mondo è un posto difficile per le donne belle come te.

Perché anche gli altri non possono guardarla come la guarda March? Oltre la patinata bellezza e la sfrontata sensualità e dentro quegli occhi pieni di tristezza?

Nell’arco di una settimana, quella che viene raccontata è una storia di rabbia e cuori spezzati, di errori e di promesse impossibili da mantenere.

La storia di una famiglia.

Essere una famiglia significa soltanto non avere la sicurezza delle staccionate fra gli uni e gli altri.

Reinventare il mito

La trasposizione del mito nel mondo moderno è un topos oramai usato e riusato (da American Gods a Percy Jackson, tanto per citare due esempi); Stacey Swann riesce però a portare sulla carta un qualcosa di comunque nuovo.

Dei e dee, momenti e luoghi sono easter eggs, quasi citazioni, più che vere e proprie appropriazioni. Oltre ai personaggi che richiamano col nome i propri alias (Peter/Jupiter, Vera/Venus, Artie/Artemis, ecc.…) e chiari riferimenti ai miti più famosi (Apollo e Dafne, Artemide e Orione) l’autrice strizza l’occhio al vasto catalogo della mitologia greco-romana: June che osserva dal terrazzo la luce riflettersi sulle piume dei pavoni, animale sacro di Giunone; il personaggio di Dafne prende il nome della pianta in cui si trasforma nel mito, Laurel, “alloro” in inglese; lo strip club prende il nome da una delle nove Muse, Terpsichore.

Il saper dosare con maestria l’uso dell’ispirazione mitologica risulta molto più d’impatto rispetto alla mera trascrizione del mito in chiave moderna.

Divina umanità

Rabbia, rancore, amore, gelosia e malinconia.

 I suoi piccoli atti di violenza, episodi quasi settimanali, non sono premeditati. Sorprendono molto più lei che lui.

Parole ricorrenti nel romanzo, espressioni su carta delle pulsioni che muovono i personaggi dalla prima all’ultima pagina.

“Voglio smetterla di rompere le cose” dice March. Sa bene come sarebbe più semplice la vita se ci riuscisse.

L’autrice riesce a fornire una caratterizzazione psicologica attenta e ben definita per ognuno utilizzando uno stile semplice ed essenziale, ma esplicativo al tempo stesso.

“Devo dirti una cosa,” disse lui.

Quelle parole quasi la scaraventarono fuori dalla stanza. La notizia era così brutta da aver bisogno di una premessa. Ma June non era una codarda e non lo era mai stata.

“Accendi la luce, allora.

“Preferisco dirtela al buio.

“Qualsiasi cosa tu abbia fatto, non te la farò ammettere al buio.”

In fondo, gli umani sono fatti a immagine degli dèi.

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