La casa degli sguardi – Daniele Mencarelli

Daniele Mencarelli è certamente uno degli autori più capaci nel panorama letterario contemporaneo. Oltre a essere un grande scrittore, però, è anche una bella persona (qui la nostra intervista).

Mencarelli è prima di tutto un poeta: ha pubblicato, tra l’altro, le raccolte I giorni condivisi (2001), Guardia alta (2005), Bambino Gesù (2010), Figlio (2013) e Storia d’amore (2015).

La casa degli sguardi (Mondadori, 2018) rappresenta il suo esordio nel mondo della prosa. Il “sequel”, Tutto chiede salvezza (Mondadori, 2020),  ha vinto – strameritatamente – il premio Strega giovani 2020 (qui trovate le nostre impressioni di lettura).

Non c’è notte che non chiami

Daniele è un giovane poeta che da anni convive con il demone dell’alcolismo e delle droghe, e con quell’affanno sconosciuto del disagio psichico, quella “malattia invisibile all’altezza del cuore, o del cervello”.

Ha la forza di chiedere aiuto e cerca riscatto nel lavoro. Viene assunto da una cooperativa che effettua pulizie all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.

In questa “casa” speciale, abitata dai bambini segnati dalla malattia, sono molti gli sguardi che incontra e che via via lo spingeranno a porsi una domanda scomoda: perché, se la sofferenza pare essere l’unica legge che governa il mondo, vale comunque la pena di vivere e provare a costruire qualcosa?

Le risposte arriveranno, al di là di qualsiasi retorica e con deflagrante potenza, dall’esperienza quotidiana di fatica e solidarietà tra compagni di lavoro, in un luogo come il Bambino Gesù, in cui l’essenza della vita si mostra in tutta la sua brutalità e negli squarci di inattesa bellezza. Qui Daniele sentirà dentro di sé un invito sempre più imperioso a non chiudere gli occhi, e lo accoglierà come un dono.

La solitudine parte da dentro

Lo stile dell’autore è originale, mescola una prosa raffinata, in costante dialogo con la poesia, con il ruvido linguaggio dialettale, acquistando i tratti di un realismo “sospeso”.

«Il pianto questa volta non serve a smorzare, una rabbia incontenibile monta a tutta velocità, un furore che accende muscolo dopo muscolo, nervo dopo nervo».

L’autore parla la lingua del poeta, ma anche quella della borgata.

«Raga’, io ho avuto un problema, non mi sento bene, ditelo voi a Fabio che so’ andato via».

Mencarelli conosce le leve dell’animo umano, conosce le sensazioni che prova, e riesce a renderle in parole che toccano nel profondo.

Il rapporto conflittuale e dolcissimo con i genitori, ai quali Daniele strappa parole così cattive che fanno piangere loro prima di lui.

La paura.

L’ansia.

«Vivo in uno stato di perenne allerta, e questa situazione è perfetta per acuire ancora di più i miei problemi, una realtà che non conosco e che mi attende, ricostruita nella mia mente come il peggiore dei mondi possibili».

La vergogna.

La solitudine, che «parte da dentro, può voler dire stare con il mondo intero oppure l’esatto contrario, sentirsi in un sarcofago dove ci si è chiusi, inchiodati da dentro».

Non serve capire

Non credo di esagerare nel dire che Mencarelli è uno degli autori più bravi e interessanti del nostro tempo. La sua prosa è meravigliosa, la sua sensibilità  un dono.

In una società in cui si è sempre all’erta, sempre alla ricerca di una risposta, è un atto rivoluzionario smettere di cercare. Smettere di cercare e tentare di vivere.

«Non serve capire, comprendere.

Serve accogliere l’animo umano con tutta la forza che ci è concessa.

Arrivare alla bellezza che non conosce disfacimento, nucleo primo e inviolabile.

Fronteggiare l’orrore per sfondarlo».

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