L’uomo che voleva essere colpevole – Henrik Stangerup

L’uomo che voleva essere colpevole, edito in Italia da Iperborea con la traduzione di Anna Cambieri, è un romanzo distopico del 1973. L’autore, Henrik Stangerup, romanziere, saggista e cineasta danese, è molto apprezzato per i suoi affreschi particolari del mondo nordeuropeo.

La guerra è pace[1]

Copenaghen, ultimo quarto del ‘900.

Il modello di socialdemocrazia scandinava è portato all’estremo: le tasse sono alle stelle e il walfare copre ogni aspetto della vita dell’individuo, imponendo una sorta di “felicità di Stato”.

Torben, ex romanziere di successo, ha una vita relativamente tranquilla: vive in un appartamento come tanti in un condominio come tanti, annaffia il proprio bonsai e cede spesso all’alcol.

Dopo una lite violenta, uccide sua moglie.

Nella Danimarca del futuro, però, la colpevolezza è stata abolita: non è l’individuo che sbaglia, ma la società che non ha fatto abbastanza affinché il fatto non accadesse. Contro le regole di un sistema che nega la responsabilità individuale, Torben si ostina a voler essere giudicato e punito per quel che ha fatto.

L’inutile e sempre più assurdo tentativo del protagonista di dimostrare la propria colpa, l’angosciante senso di isolamento, la spirale di dubbi e incertezze, lo sfaldarsi dell’identità e della realtà stessa, diventano sinonimi della condizione umana in un mondo che si illude di delegare alla scienza la soluzione dei conflitti.

L’ignoranza è forza

Lo stile dell’autore è asciutto e quasi essenziale. Le frasi sono brevi e incisive.

La trama, quasi del tutto priva di intreccio, sottolinea le incongruenze di un modello di società estremizzato e permette al lettore di concentrarsi sulle storture e sulle sensazioni interne del protagonista.

La storia ricorda 1984 di Orwell, rispetto al quale le citazioni sono talvolta esplicite, talvolta più velate (gli esercizi di sfogo imposti dagli AA ricordano da vicino la settimana dell’odio fissata dal Socing; Torben lavora presso un ente che si occupa di depurare la lingua da termini incoerenti con l’ideologia ufficiale, contribuendo alla creazione di una sorta di “neolingua” orwelliana).

Per la verità, è d’uopo dirlo, 1984 è invecchiato meglio.

L’opera è anche un processo di Kafka all’inverso, in cui il protagonista tenta di dimostrare la propria colpevolezza, scontrandosi contro un sistema giudiziario fumoso e distante.

«Ma io l’ho uccisa. Io l’ho uccisa!».

«O piuttosto è stato spinto a farlo. Non è la stessa cosa».

«Uccidere è sempre uccidere!».

«La pensi come vuole».

L’unica speranza sembra legata alla letteratura: soltanto i personaggi che posseggono e leggono libri, infatti, sono presentati  come persone vere, capaci di ragionare. Loro sono gli unici in grado di intravedere – anche se spesso solo per brevi istanti – al di là della coltre della felicità ufficiale imposta dal sistema. Ancora una volta, un elogio della lettura che semina dubbi nella mente, pur dicendoci quel che già sappiamo.

La libertà è schiavitù

La critica al modello sociale scandinavo è certamente il tema portante del romanzo, nonché l’aspetto di maggiore interesse per la sua originalità.

È evidente che l’obiettivo polemico dell’autore non è il modello scandinavo in sé, ma la sua estremizzazione (d’altra parte, si tratta di una distopia), tanto che il lavoro non può essere considerato come un elogio del laissez-faire.

Stangerup agita lo spettro di una società che “rafforza la schiavitù e rende impossibile una vita libera”, che “impone il cosiddetto Bene Comune al posto della felicità e colpisce duramente quelli che deviano dalla norma”.

In questo contesto è chiaro che trova terreno fertile l’idea – pericolosa quanto affascinante – che il male altro non è che mancato adattamento sociale. Un’idea che scuote il sistema giudiziario contemporaneo dalle fondamenta e, per l’effetto, mina il patto sociale su cui si fonda la civile convivenza.

Il pericolo è anche rappresentato dal rifiuto ideologico di tutto ciò che è individuale e da un modello che istituzionalizza “la miseria dell’individuo in una società in cui tutte le decisioni sono diventate un fatto collettivo[2]”.

Non resta che sperare che la Danimarca del futuro impari la lezione di Carlo Rosselli, il padre del liberalismo sociale italiano, il quale insegnava che «Il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale».


[1] I sottotitoli sono gli slogan del Partito all’interno di 1984 di George Orwell.

[2] Postfazione di Anthony Burgess

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