Cavie – Chuck Palahniuk

Certi libri fanno schifo.

Letteralmente.

Ma sono anche stupendi.

Cavie di Chuck Palahniuk (Mondadori, 2005) è uno di questi.  

Metodo scientifico

«Ritiro per scrittori: abbandona la tua vita per tre mesi».

Un gruppo di aspiranti scrittori risponde all’annuncio del Sig. Whittier, imbarcandosi in un’avventura che ha il fascino di Villa Diodati. L’idea è che, proprio come accadde nella Villa di Lord Byron, l’isolamento dal mondo esterno e l’interazione intellettuale, alimentando la creatività, consentirà loro di scrivere il capolavoro della vita.

I malcapitati autori, tuttavia, si ritrovano in un vecchio teatro e ben presto comprendono di essere intrappolati in un esperimento folle. Giorno per giorno vedranno ridurre cibo, riscaldamento ed elettricità e saranno spinti a nuovi livelli di crudeltà per sopravvivere.

Quella che dovrebbe apparire come un’esperienza terribile e spaventosa, in realtà, viene letta dai protagonisti come l’opportunità della vita. Giornali e tv ne parleranno, libri saranno scritti, film saranno girati per raccontare questo tremendo fatto di cronaca. Gli aspiranti autori non possono certo farsi sfuggire le luci della ribalta. In fin dei conti, loro sono lì per scrivere il proprio Frankenstein.

Mano a mano che il tempo passa e che le privazioni aumentano, il tono delle storie che i protagonisti raccontano si fa più cupo, e le loro azioni acquistano tinte più rosse e riprovevoli, per poi scoprire la morale più vecchia del mondo: homo homini lupus.

«Non c’è bisogno di inventarsi mostri: basta guardarsi attorno».

Un libro da non tenere accanto al letto

«My goal was just to write some new form of horror story, something based on the ordinary world. Without supernatural monsters or magic. This would be a book you wouldn’t want to keep next to your bed. A book that would be a trapdoor down into some dark place. A place only you could go, alone, when you opened the cover. Because only books have that power».

Queste sono le parole che lo stesso Palahniuk ha usato per descrivere il suo libro. Per quanto d’effetto, esse non sono in grado di descrivere le sensazioni che si provano a leggere Cavie.

Un libro disturbante, senza dubbio, alcuni passaggi del quale sono difficilmente digeribili. Un libro particolare, con una struttura originale e dinamica (si tratta di una fabula sorretta da una linea temporale lineare, inframmezzata da “poesie”, che introducono ciascun personaggio, e da racconti autobiografici esposti dai diversi protagonisti). Ma è anche un libro a tratti commovente e certamente emozionante.

Insomma, soltanto lo scrittore più malato (o più sincero?) del panorama contemporaneo poteva partorire una storia così stomachevole e appassionante.

Storie che consumano

Superato lo shock iniziale dei primi racconti, il lettore non può che essere catturato dall’immaginario di Palahniuk.

I personaggi, dai nomi alquanto ridicoli per la verità, sono meravigliosamente inconcepibili. Le loro azioni sono così borderline da invocare la censura, eppure sono del tutto comprensibili. Ogni storia ha un senso. C’è un motivo per cui ciascuno si è ritrovato cavia in quel teatro marcio.

È così per Madre Natura, che voleva farsi suora per nascondersi da tutto, ma “non aveva calcolato il test antidroga”. Per Lady Barbona, che ha racchiuso il marito in un diamante da tre carati. Per Anello Mancante, che muore soffocato dal pene mozzato del Mezzano.

C’è tutta la meraviglia di una prosa, condotta spesso attraverso un’originalissima seconda persona plurale.

Ci sono trovate geniali:

«In quella foto non sembra nemmeno la stessa persona. Soprattutto perché sorride».

«Osservando il corpo morto […] solleva una mano sussultante, fremente, tremante a coprire la bocca. Poi sbadiglia».

Passaggi splatter:

«Quella che sembra una lunga treccia di capelli scuri è in realtà il sangue che le scorre su un lato del collo. Dove prima c’era l’orecchio, ora si vede soltanto un lembo di carne frastagliato».

Momenti saggi:

«Gli errori che abbiamo commesso da cavernicoli, sono gli stessi che continuiamo a commettere».

«Ecco perché amiamo il conflitto. Perché amiamo odiare! La gioia più pura nasce quando chi invidiamo soffre».

Una delle migliori letture degli ultimi tempi.

«Ci sono storie» direbbe il Sig. Whittier, «che quando le racconti si consumano. Altre storie, invece, consumano te».

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