Al cuore dell’Impero – Alessandra Necci

Isola di Sant’Elena, Luglio 1815.

Il Generale Napoleone scruta l’orizzonte.

Lo sguardo è rivolto a quel glorioso passato, lontano dal “nero carcere dalle mura di basalto che cadono a strapiombo nel mare”.

L’Aigle dalle possenti ali conquistatrici riporta alla luce il ricordo di ciò che ha lasciato sulle sponde del progetto di “Europa ante-litteram”. La canzone “Vittoria”. Una musica chiamata “Dinastia”. Il brano “Impero”.

Alessandra Necci si cala in vesti omeriche nella sua ultima opera.

“Al cuore dell’Impero – Napoleone e le sue donne fra potere e sentimento” (Marsilio, 2020) è un resoconto sontuoso e scintillante, una biografia epica della dinastia Bonaparte raccontata attraverso le sue grandi eroine.

Un’epopea dalle tinte saggistiche 

Napoleone Bonaparte è l’anti-eroe del primo Ottocento dal gusto decisamente camaleontico: self-made man della Realpolitik sorto nei campi di battaglia, ma anche “ogre còrse” per i nemici monarchici; Sua Maestà l’Imperatore Napoleone Avanti/Waterloo, ma pure esule scriba Dopo/Waterloo.

La storia delle donne che hanno ricoperto un ruolo importante nella vita di Napoleone permette di scoprire altre connotazioni del giovano “Nabulio”, connotazioni inedite, più intime e personali.

La Necci si conferma biografa di livello, facendo sapientemente dialogare ricostruzione storica, testimonianze dirette e leggende, sino a disegnare una trama composta di rapporti familiari e sentimentali.

L’autrice, dando vita a un testo corale dal ritmo incalzante anche grazie a una prosa ricca e mai banale, si allontana dal mero saggio storico e si avvicina all’epopea.

Dee dell’Impero

La politica non ha cuore, solo testa.

La frase che Napoleone dirà a Giuseppina per giustificare il divorzio – e che riprenderà anche in altre occasioni – sintetizza perfettamente la dicotomia bonapartista fra dovere e piacere. Pochi gli affetti, ancor meno gli amori.

Paradigmatica da questo punto di vista è la figura di Letizia Ramolino, la madre di Napoleone, che giganteggia per qualità morali e affettive. Portatrice sana di un amore sincero e disinteressato, crea nel figlio una specie di complesso d’Edipo: nessuna delle mogli o delle amanti riuscirà mai a reggere il confronto con la genitrice.

In effetti, riesce a competere con Letizia soltanto la prima moglie, Giuseppina Beauharnais, una sorta Lady Diana del suo tempo. Imperatrice del popolo, ma odiata dall’intero clan dei Bonaparte per la sua spregiudicatezza e, soprattutto, per la devozione che Napoleone le dimostrava. Probabilmente anche l’amante semisconosciuta Maria Walewska rassomiglia alla matriarca napoleonica: il suo amore è sincero e guarda alla persona più che al personaggio.

Sarà Maria Walewska a seguire Napoleone nel primo esilio all’Elba, non la seconda moglie. Maria Luisa d’Asburgo, “l’austriaca nel talamo nemico”, rappresenta l’amore di Stato e sarà una pedina che contribuirà a dare lo scacco a Napoleone nei suoi ultimi giorni.

Parenti serpenti

La famiglia Bonaparte sembra confermare il famoso detto che dipinge i parenti come rettili striscianti, e ciò è particolarmente vero se si guarda alle sorelle dell’Imperatore.

Ninfa egeria” dell’Impero, Paolina è fautrice della sua stessa fama: la futura principessa Borghese è bella e seducente, lontana dagli intrighi di palazzo e incurante delle calunnie. È probabilmente l’unica che Napoleone ama davvero fra i suoi fratelli e rimarrà sempre legata a lui.

Tutt’altro giudizio va espresso con riferimento a Elisa e Carolina Bonaparte, che in questa versione napoleonica di Cenerentola assumono la parte delle perfide sorellastre. Entrambe guidate dall’ambizione e dalla smania di potere, dimostrano (soprattutto la seconda) un talento innato per il doppiogioco e il voltafaccia.

Fu vera la gloria? Ai posteri l’ardua sentenza

“Al cuore dell’Impero” è un affresco storico e sentimentale che inizia e finisce sulle sponde solitarie di Sant’Elena.

L’autrice passeggia nel passato, andando avanti e indietro, portando alla luce passaggi, episodi e personaggi anche poco conosciuti e lasciando il lettore ammirato per la capacità di non smarrire neppure per un istante il complicato filo del resoconto.

Occorre riannodare i fili dell’arazzo, ricongiungere l’inizio con la fine, chiudere il cerchio

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