Elbrus – Giuseppe di Clemente e Marco Capocasa

“Elbrus” (Armando Curcio Editore, 2020) è un romanzo sci-fi scritto a quattro mani da Giuseppe Di Clemente e Marco Capocasa.

Di Clemente non è nuovo alla narrativa: già nel 2019 ha pubblicato il suo primo romanzo, “Oltre il domani” (L’erudita – Giulio Perrone Editore). Per Capocasa, invece, antropologo molecolare autore di numerosi lavori in ambito scientifico (fra cui “Intervista impossibile al DNA”, Carocci, 2016), si tratta dell’esordio nel mondo della fiction.

Neve ovunque sul monte Elbrus

2113, pianeta [Seza], sistema di [Ljuhr].

La Terra è scossa da cambiamenti geopolitici e innovazioni profonde. I mutamenti climatici e i problemi giganteschi che ne derivano (migrazioni, carestie, difficoltà negli approvvigionamenti) richiedono scelte drastiche.

La comunità scientifica ritiene che l’unico modo per salvare l’umanità dall’estinzione sia quello di trasformarla in una specie interplanetaria: si dovranno fondare colonie autosufficienti in altri corpi celesti per sopravvivere.

Gli ostacoli, tuttavia, sembrano insuperabili. E non sono tanto tecnologici, quanto legati alla intrinseca debolezza della specie umana.

La soluzione arriva dall’esterno e ha le vesti di un Viaggiatore venuto da un mondo distante. Una specie aliena così lontana, eppure così vicina a noi.

Lo sviluppo della storia ha il sapore del paradosso: sarà proprio il Viaggiatore, in costante comunicazione con la sua Dama e con le sue genti, a insegnare all’uomo cosa vuol dire essere umani.

[Seza]piattisti, scansatevi!

Gli autori hanno costruito uno sci-fi particolare, zeppo di riferimenti scientifici alla genetica, all’astronomia e all’antropologia, senza mai cadere nella trappola dell’infodump. Il risultato è un romanzo fantascientifico godibile, che si discosta dal modello Asimov/Dick per accostarsi quasi al genere della docu-fiction. Un esperimento originale, sicuramente riuscito.

Quello fra i due autori è un connubio interessante perché presta il linguaggio tecnico alla narrativa. La parziale disomogeneità dello stile non rappresenta un limite per il libro, anzi ne esalta i punti salienti e dà spessore ai vari passaggi.

Due mani scrivono in maniera più tecnica:

«Un veicolo a sospensione magnetica e cabinato in grado di ospitare comodamente quattro persone. È equipaggiato con sofisticati mezzi di geolocalizzazione, screening del territorio circostante, impianto di telecomunicazioni a lunghissimo raggio».

Le altre due mani, invece, esprimono un piglio narrativo più marcato, a tratti quasi poetico:

«L’orizzonte ha le tonalità del porpora e le linee delle creste montuose sfumano nel cielo terso».

La fabula è senza dubbio bella, l’intreccio ben costruito. Le due linee temporali (2113-2118, 2154-2155) danno dinamicità alla narrazione senza ingenerare confusione nel lettore. Ciò anche grazie al sapiente uso dei tempi verbali e ad alcuni accorgimenti redazionali (come l’indicazione della data in apertura di ogni capitolo).

Forse i colpi di scena potevano essere dosati in modo più accurato, ma la storia è così “romantica” e appassionante che si consuma in fretta.

Emozionante e a tratti struggente la descrizione del pianeta [Rhet] e del suo popolo, i [Driihh], con le loro usanze così distanti da quelle terrestri ma dal sapore stranamente ancestrale.

Tutti compagni di una vita

I personaggi principali sono pochi e ben caratterizzati. Ognuno ha la giusta profondità e segue un percorso di sviluppo coerente. Non c’è un vero e proprio protagonista: l’intera narrazione fa da sfondo ai grandi temi trattati.

L’umanità morente, che lotta per sopravvivere senza accettare che è lei stessa la causa del disastro.

«Eccola l’arroganza dell’uomo che erode gli equilibri che la natura ha costruito in milioni di anni […] un abominio di leghe di metallo».

Il relativismo, che dovrebbe guidare le nostre scelte.

«Siamo così trascurabili. Un granello di polvere sul grande affresco della creazione».

L’etica che dovrebbe misurare e limitare lo sviluppo scientifico.

«La coscienza. Meraviglioso meccanismo dell’anima che ha i suoi automatismi, una catena di causa-effetto da cui non si scappa».

Cerchi concentrici come schema ricorrente.

La morale, potente e indiscutibile, arriva dagli alieni ed è quasi sussurrata: siamo parti di un tutto, non siamo il tutto. Siamo tutti “compagni di una vita”, siamo tutti parte di [Frehm].

Allora, prima di diventare fondatore di nuovi mondi, l’uomo guardi dentro di sé. Lì troverà la soluzione.

1 commento su “Elbrus – Giuseppe di Clemente e Marco Capocasa”

  1. Desideriamo ringraziare Niccolò e “Storie a Catinelle” per la bella recensione e per lo spazio-tempo dedicato a Elbrus. Invitiamo chiunque fosse interessato a scambiare opinioni sul romanzo con noi a farlo qui oppure sulle pagine Fb, Medium e Goodreads che abbiamo dedicato al libro.

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