Paradisi senza luce – Damiano Dario Ghiglino

“Paradisi senza luce” (Studio 64, 2018) è uno scritto a metà strada fra romanzo breve e racconto lungo di Damiano Dario Ghiglino.

Ho paura della solitudine perché è come il buio

Mario è un ragazzo che la mentalità borghese definirebbe “problematico”: si relaziona agli altri con difficoltà, ha una sessualità non definita ma prorompente, parla volentieri con gli animali e con le piante.

Vive con la madre, che cerca con fatica di elaborare un lutto e che non lo comprende. Ma d’altra parte nessuno lo fa: nessuno capisce Mario.

È quindi inevitabile il tunnel del disagio psichico: l’ansia e la depressione, compagne costanti, si saldano ai deliri e agli istinti autolesionistici e suicidi.

Mario “non ha il coraggio di morire. Forse”.

La diagnosi è chiara e sembra irreversibile: solitudine grave.

Mario ne è spaventato, perché somiglia al buio, ma d’altra parte «meglio ritrovarsi soli che aver paura di diventarlo».

Vic, un ragazzo della sua età, è per Mario un raggio di luce in quell’oscurità in cui si è rinchiuso, anche se non lo ammetterebbe mai. Vic ha un passato (e un presente) “problematico” e, forse, è proprio questo che spinge i due a frequentarsi e farsi un po’ di luce a vicenda.

Mario  e Vic, insieme, si trascinano nelle loro esistenze, all’interno di un mondo di adulti capaci solo di soffocare la personalità e l’identità dei giovani uomini come loro.

Il cammino che compiono è soprattutto interiore ed è fatto di ricordi, di sensazioni e di speranze.

Il calore mi fa sentire vivo

Il romanzo breve, di taglio diaristico, fa ampio uso della tecnica del flusso di coscienza.

Una prosa forse ancora un po’ immatura ma potente e rotonda, che ricorda un po’ Veronesi e un po’ Mencarelli (similitudine accentuata dall’inserimento qua e là di poesie).

«La seppellirà in giardino.

Come tutto quello che ho dentro.

Ho tutto dentro».

«Sono andato al mare a sdraiarmi sulla sabbia che scotta. Il calore mi fa sentire vivo. Dai vestiti passa attraverso la pelle fino al cuore».

La narrazione procede in senso cronologico, con salti in avanti non morbidi e per questo incisivi. Il punto di vista di Mario si alterna a quello di Vic, ciò che dà dinamicità e scorrevolezza.

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria

Le immagini che l’autore è capace di creare e l’uso ricorrente di figure retoriche danno corpo alle sensazioni e alle riflessioni disseminate nel racconto.

«Ma i ricordi rimangono fuoco che arde, vita che genera vita, luce dentro».

«D’estate il sole si spande sul mondo come la limonata della merenda quando si rovescia sulla scrivania […]. Eravamo nel giardino di casa mia a studiare matematica e la limonata aveva macchiato tutto il mondo di giallo».

La prosa stessa sembra un grido di dolore, un Munch nero su bianco:

«Ho bisogno di tempo per trovare il tempo di distruggere il tempo con le mie stesse mani».

Un libro breve e intenso, che fa sorridere e incupire le teste che pensano.

Un libro per chi viaggia in direzione ostinata e contraria per consegnare alla morte una goccia di splendore. Di umanità. Di verità.

Un libro da sbattere in faccia a quelli che hanno paura dell’arcobaleno solo perché ha dentro di sé tutti i colori del mondo.

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