Sweet dreams – Michael Freyn

“Sweet dreams” è un breve romanzo di Michael Freyn, drammaturgo/giornalista/autore prolifico (è noto soprattutto per la piéce “Copenaghen”, che racconta la storia della corsa all’atomica durante la seconda guerra mondiale).

Il libro viene pubblicato negli Stati Uniti nel 1973, ma la traduzione italiana vedrà la luce soltanto nel 2018, grazie ad Atlantide. L’edizione che ho tra le mani fa parte della tiratura limitata con il numero 787 (non riesco a resistere ai numeri palindromi).

Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra[1]

Howard Baker si trova nella sua macchina, davanti a un semaforo. Quando supera il segnale luminoso succede l’impensabile: si ritrova su un’autostrada a dieci corsie, che percorre fino a una grande città. È la città di Dio, il Paradiso.

Le aspettative di Baker (e le nostre) su come si presenta il Regno dei cieli sono disattese. Niente contemplazione eterna, niente nuvolette soffici, niente cancelli dorati. Il Paradiso è un luogo eccitante, che offre numerose opportunità di divertimento e professionali.

Howard conosce nuove persone e ritrova vecchie conoscenze (dolcissima la scena in cui incontra suo padre), si innamora e conduce una tranquilla vita familiare con sua moglie e i suoi figli. Lavora in uno studio di design e si occupa della progettazione delle Alpi: sarà lui a disegnare la sagoma del Cervino.

Il suo percorso, infine, lo porterà a conoscere Dio: il grande capo che governa il Paradiso e progetta la rivoluzione maoista, per spezzare le reni agli umanisti che combattono la teocrazia.

Meraviglioso.

La nostra patria invece è nei cieli[2]

L’idea alla base del libro, sebbene non totalmente originale (anzi, a dirla tutta sembra che si tratti proprio di un topos), funziona. Funziona soprattutto grazie allo stile leggero e fresco di Freyn, che è stato acutamente accostato a quello di Voltaire nel Candido.

La trama, quasi inconsistente, si succede attraverso capitoli brevi e taglienti, senza concessioni alla suspence e al dramma. L’allegoria e la metafora la fanno da padrone, e si sposano con uno stile fresco e immediato.

«Non ce la faccio a mangiare. Ho sempre nello stomaco questo terribile sfarfallio».

«Prue è quasi incandescente. Quando parlano, le loro parole si materializzano in caratteri scritti a mano illuminati, fluorescenti di oro e blu angelico, intrecciati di fiori e motivi naturali. […] Ogni risata è rotonda e lucida, come se fosse in bronzo antico. I bordi vibrano, tremolando su e giù sopra articolazioni ben oliate di acciaio inossidabile».

Chi altri avrò per me in cielo?[3]

La vera intuizione consiste nel costruire un Paradiso simile al mondo terreno, così ribaltando la prospettiva tradizionale.

Certo, si tratta di un luogo in cui si può volare e in cui si esaudisce ogni desiderio, ma si ha sempre la sensazione di vivere nel mondo terreno, nell’ambito di un continuum ininterrotto.

E allora anche le soluzioni ai problemi del Paradiso assumono contorni terreni, perché «lasciata a se stessa, a rigor di logica la gente non può che riuscire a rendere più umano l’universo».


[1] Colossesi, 3:2.

[2] Filippesi, 3:20.

[3] Salmo, 73:25.

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