La lunga marcia – Richard Bachman / Stephen King

“La lunga marcia”, pubblicato per la prima volta nel 1979, è un horror/distopico di Richard Bachman.

Does it ring any bell?

Richard Bachman altri non è che Stephen King, che in quegli anni aveva deciso di pubblicare sotto pseudonimo (per chi volesse approfondire la faccenda, l’edizione Pickwick del 2013 contiene una sorta di prefazione autografa, intitolata “Why I was Bachman”).

La cosa interessate è che “La lunga marcia”, benché pubblicata dopo capolavori quali “Carrie”, “Le notti di Salem” e “Shining”, rappresenta il primo libro scritto da King. Si tratta, dunque, di un ottimo modo per capire se già nel King diciottenne che scriveva nella sua cameretta senza troppa convinzione si possano riscontrare in nuce gli elementi che lo renderanno grande e stimato.

Un altro motivo per cimentarsi nella lettura di questa opera prima è che essa, diversamente da altri libri di King, non fa paura ed è quindi adatta anche a un pubblico di fifoni, pubblico al quale appartengo in modo fiero e dignitoso.

Il gioco dell’oca

In un’America distopica, governata da un regime militare con a capo un carismatico Maggiore, si tiene una competizione particolare: a partire dal confine che separa il Maine dal Canada, 100 giovani devono camminare, verso sud.

Le regole sono impietose: non si può scendere sotto la velocità di 6 km/h, altrimenti si ottiene un’ammonizione. Alla quarta ammonizione, il concorrente è fuori. Il concorrente prova a scappare? Fuori.

Fuori gara? Nossignore, il concorrente viene “congedato”, ossia ucciso a fucilate e lasciato languire sul nero asfalto.

Le regole, quindi, sono piuttosto semplici, e sfidano per banalità quelle del gioco dell’oca: soltanto l’ultimo rimasto in piedi vivrà e otterrà un non meglio precisato “premio”.

Roy Garraty, il protagonista, nel giocare la partita più importante della sua vita, avrà modo di riflettere sulle motivazioni che l’hanno spinto a partecipare, scoprirà l’amicizia e l’amore e riuscirà a intravedere il senso della vita. E soprattutto imparerà che rumore fa un uomo che muore.

Vita e morte, diceva quel rumore

È impressionante notare come King, già nella sua opera prima, padroneggi le leve dell’orrore. L’angoscia cresce pagina dopo pagina, fino a svanire in un finale avvolto nella nebbia e nell’allegoria.

«Gli pareva che il rumore dei propri passi risuonasse forte alle sue orecchie come quello dei battiti del cuore. Vita e morte, vita e morte, diceva quel rumore».

Le scene splatter sono quasi una parentesi che serve ad allentare il ritmo, a spezzare l’andatura palpitante di una marcia più mentale che fisica.

«Stebbins scavalcò il cadavere. Gli scivolò il piede su una chiazza di sangue e, avanzando, quel piede lasciò orme insanguinate come in una fotografia di Official Detective».

Incantevole (e straziante) la descrizione di come i marciatori provino assuefazione nei confronti della morte che li circonda, triste metafora delle nostre reazioni di fronte all’ingiustizia che imperversa per il mondo.

«Era stata un’eliminazione pulita. Inodore, disinfettata, pastorizzata, sanforizzata, e senza chiasso».

Morte costante

La critica alla società contemporanea e le allusioni al rischio di degenerazione del nostro sistema democratico sono evidenti (d’altra parte, la batteria di marciatori è composta da due rappresentanti di ogni Stato, esattamente come avviene per il Senato degli Stati Uniti!). Il potere, sembra suggerirci King, trova sempre il modo di opprimere e di auto-perpetuarsi.

«Gli antichi romani si rimpinzavano durante le lotte dei gladiatori. È uno spettacolo, un divertimento, Garraty, e non c’è niente di nuovo sotto il sole».

I concorrenti, nel corso della marcia, non perdono solo energie fisiche ma anche la loro patina di umanità, fino a diventare creature impietose e schive, quasi degli zombie, che si spengono nel rancore e nella consapevolezza di aver compiuto la scelta sbagliata.

L’angoscia, descritta magnificamente (scusa Stephen, so che non dovrei usare avverbi), dà ritmo alla narrazione e scandisce la decadenza dello spirito e delle carni.

«Ma il peggio non era il dolore. Era la morte, la morte costante, il lezzo di carogna che gli si era appiccicato al naso».

La sfida si allarga, prende il corpo e poi la mente dei marciatori. Ma non si ferma, abbraccia anche gli spettatori che incitano i ragazzi, inneggiano al Maggiore e si beano di panem et circenses. Ma non si ferma. Arriva fino a noi, e ci interroga.

Chi vince in una società spietata, basata sull’utilitarismo e il cinismo?

«Perdono tutti. È meglio che te lo ficchi in quella tua testaccia».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.