Gli ansiosi si addormentano contando le apocalissi zombie – Alec Bogdanovic

Gli ansiosi si addormentano contando le apocalissi zombie (Rogas Edizioni, 2020) è il libro d’esordio di Alec Bogdanovic, già traduttore ed editor.

Le benzodiazepine aiutano gli audaci

Ansia. Depressione. Impotenza. Insonnia. Dipendenza da farmaci. Istinti suicidi.

È possibile accettarli e fare in modo che ti attraversino, senza al contempo distruggerti?

Questa è la domanda del nostro tempo, spesso sottovalutata nel dibattito pubblico, spesso relegata a falso problema o, quantomeno, a  problema di nicchia.

Questa è la domanda che il protagonista si pone costantemente. Lo fa adottando un curioso metodo scientifico che si basa sull’osservazione empirica e la statistica. Lo fa attraverso i farmaci. Lo fa cercando il giusto dosaggio tra serotonina, dopamina e ossitocina. Lo fa, nei momenti più bui, abbandonandosi al dolore e all’autopunizione.

Un racconto dai tratti chiaramente autobiografici e dissacranti, con al centro un vero e proprio anti-eroe, che si fa odiare e voler bene allo stesso tempo.

Gli ansiosi piangono ma non sono tristi

Il libro è di difficile categorizzazione: un po’ memoires, un po’ raccolta di racconti, un po’ romanzo di formazione e un po’ pamphlet.

L’autore ha uno stile ben riconoscibile, fatto di prosa leggera e tagliente e caratterizzato da un approccio comico molto marcato, che mostra le spalle alla morale comune.

Secondo il Sistema Sanitario Nazionale a settembre eri pronto ad affrontare gli istinti suicidi avuti a febbraio.

Sarei tranquillamente morto per lei, anche se mi rendo conto che per un depresso con manie suicide questa non è poi una gran cosa.

Si affrontano temi immensi, che inducono alla riflessione e all’immedesimazione.

Certi passaggi sono disturbanti (direi volutamente disturbanti), cosa che rende il libro adatto a un pubblico che sa distinguere fra finzione e opinione. Non si tratta di politicamente corretto, si tratta di espressione artistica e di scegliere il modo migliore per comunicare certe sensazioni e (perché no?) certi messaggi.

La scorrevolezza della prosa e il lessico fresco e colloquiale accompagnano una narrazione che affronta temi pesanti in maniera efficace e secondo punti di vista inediti.

Bombe disinnescate

Ci vuole coraggio a scrivere un libro di questo tipo. Ci vuole coraggio per mettersi a nudo in maniera così disarmante e senza condizioni. Ci vuole coraggio per mostrare le proprie debolezze in modo violento.

Ci vuole talento per racchiudere tutte le sensazioni di chi ha sofferto all’interno di un racconto così godibile e fresco.

L’ansia e la depressione sono davvero mali del nostro tempo, tanto che è lecito chiedersi se sia possibile capire il mondo senza soffrire e quindi se non sia inevitabile, in qualche misura, impazzire.

Si può dire senza tema di smentita che è grazie a opere come questa che gli ansiosi trovano sollievo, non certo perché vi siano delle ricette magiche, ma perché è così che ci si sente meno soli.

Meno soli.

Perché, in definitiva, al di là degli antidepressivi, degli ansiolitici e delle serie TV con le apocalissi zombie, siamo soli “in un mondo in cui la solitudine è resa facilmente occultabile e viene trattata con l’omertà che si riserva alle perversioni più fetide”. Siamo tutti «bombe disinnescate da un sistema abilissimo a mantenerci tristi ma mai disperati».

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