La casa dell’odio – Flavio Torba

Nel racconto lungo “La casa dell’odio” (Horror Story Delos Digital, 2020), Flavio Torba non porta alla luce la storia di Connor ma la getta nelle tenebre, viaggiando nei ricordi e nelle colpe dell’uomo.

Il buio sa di cose nascoste, segrete, rifiutate e ricordate.

Prendimi, Grande Spirito dei Pascoli Conservatori, perché ho peccato

La casa si riflette sulle sponde del lago. Intorno, il bosco. E il buio, quel buio nero e profondo, avviluppa tutto ciò che incontra.

Connor è un giovane parlamentare inglese del partito conservatore. Quando viene travolto da uno scandalo sessuale, scappa senza guardarsi indietro piuttosto che affrontare la vergogna e le conseguenze.

Abbandonati moglie e figli, si rifugia in un paesino in Italia, isolandosi fra le mura di una villetta ai bordi di un lago.

Fuggire dal passato non è mai facile, soprattutto se tutto intorno rimanda a storie passate.

Connor torna in un luogo che aveva già conosciuto molti anni fa, su sponde dove adesso sente la sabbia sotto i piedi.

Il rancore e i sensi di colpa hanno offuscato quei ricordi.

Adesso è tempo di ricordare. E di camminare nel buio.

Camminare al buio

Descrivere “La casa dell’odio” come un racconto horror è riduttivo, se non addirittura errato.

La penna dell’autore è più che altro un viaggio onirico nel buio. Passato e presente si intrecciano continuamente, lasciando spesso il lettore in dubbio.

Più volte mi sono fermato, per dover distinguere cosa fosse realtà (narrativa) e cosa incubo.

Quel ragazzino che corre in mezzo alle felci umide, chi è? È uno spirito o è reale? O forse è solo un ricordo?

E Connor continua a rincorrere quel ragazzo, cercando di afferrare quell’estate così lontana, così sfuggevole.

Era un’estate speciale. Sarebbe diventata memorabile, Connor lo sentiva vibrare nell’aria.

C’è un po’ di Hill House e di Stephen King, ma da niente sussulti, tremori o spaventi. Ricorda più “Il corpo” che “Pet Sematary”.

Momenti bui ce ne sono, certo. Ma, al contrario del maestro del terrore, il sangue non scorre.

Il racconto è più una riflessione sul passato di Connor, un viaggio all’indietro nel subconscio.

Matrioska

Nonostante la brevità, il testo di Torba funziona.

Lo stile è in continuo divenire, ogni passaggio nasconde dentro di sé un’immagine, un ricordo dell’estate di Connor, invogliando ad andare avanti, a scoprire cosa si nasconda dietro quella porta nera verniciata di rosso.

Connor adesso lo sente. Il richiamo. Ha letto qualcosa di simile a scuola, nella mitologia. Se adesso si legasse al tronco di un pino, forse la vibrazione lo aiuterebbe a capire. Forse invece lo ubriacherebbe e lo farebbe impazzire. Lo lascerebbe a lacerarsi le carni tra le corde.

Il racconto è come il “bottle episode” di una serie: i pochi personaggi si muovono in un unico ambiente, per il tempo della narrazione.

È il tempo che scorre avanti e indietro, rivelando come una matrioska ciò che si trova all’interno dei ricordi.

Le descrizioni sono talvolta poetiche:

Il vecchio incrocia le braccia. È il custode dei ricordi perduti dai vacanzieri. Rugoso sensei di generazioni di bagnanti.

E ancora:

Stringe la cornetta con il furore di trentacinque anni di vita non sua.

Peccato

Peccato che “La casa dell’odio” sfugga così velocemente.

Avrei voluto sapere di più di quel buio.

In fondo, “il buio sa di cose nascoste, segrete, rifiutate e ricordate”.

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