Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita – Ilaria Gaspari

Ma è vero che la filosofia non serve a niente?

Da sempre nutro un amore incondizionato verso la filosofia.

Ricordo che al liceo la maggior parte dei miei compagni di classe, durante l’ora di filosofia, rimaneva interdetta: non riuscivano a comprendere il senso delle parole dei professori che ci raccontavano con passione di tutti quegli uomini che nei vari secoli avevano cercato di capire il senso della vita, come si raggiungesse la felicità, quale fosse la giusta condotta da tenere… e molto altro ancora. Non ne vedevano lo scopo, il fine. E io, all’opposto, ne ero affascinata. Anzi, lo sono ancora.

Facile comprendere, dunque, come questo piccolo libriccino – il cui titolo contiene una delle mie combo preferite: filosofia e felicità – mi sia balzato subito agli occhi e abbia sentito la necessità di leggerlo!

Vivere secondo gli insegnamenti degli antichi greci

Edito da Einaudi nel 2019, Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita, altro non è che il risultato di un esperimento realizzato dalla protagonista – rectius dall’autrice, Ilaria Gaspari – che, con il cuore a pezzi per la fine di un amore, si trova a dover lasciare la casa dove vive con il suo compagno iniziando a chiedersi (filosoficamente, aggiungerei!) se fosse – o, forse, se fosse mai stata – felice.

Sono disperata, come chiunque venga mollato di punto in bianco, dopo dieci anni d’amore – oltretutto con l’incombenza di traslocare perché l’affitto all’improvviso è troppo alto. Questo trasloco è una violenza; eppure mi sta succedendo qualcosa. È uno strappo, ma come quello di un cielo cartapesta che si laceri in un teatrino di marionette: dietro vedo il cielo, quello vero.

Per la prima volta dopo molto tempo, ritrovo la sensazione asprigna della libertà, mentre tutto crolla e si disperde. Forse è il momento di pensare a un modo per essere felice.

Così, mentre inizia a svuotare la casa e a riempire le scatole partendo dalla libreria, capisce che la risposta alla sua domanda può arrivare proprio da lì, dalle pagine dei libri che non apriva da anni, dalle parole dei maestri, dalla filosofia greca.

Mi ritrovo seduta sul parquet, in mezzo alla confusione degli scatoloni, a leggere. Improvvisamente, insieme al sollievo di non essermi rotta l’osso del collo, è arrivata l’illuminazione. Ho bisogno di una scuola, e di scuole, la filosofia greca antica ne ha prodotte a bizzeffe. Mi iscriverò a tutte quelle a cui posso iscrivermi.

Comincerò così, ora che ne ho più bisogno, ora che avrei cose ben più urgenti di cui occuparmi, la mia educazione filosofica, la mia ricerca della felicità.

Inizia, dunque, a cercare la felicità seguendo letteralmente i precetti e i pensieri di sei scuole diverse per sei settimane consecutive: la pitagorica, l’eleatica, la scettica, la stoica, l’epicurea e, infine, la cinica. Destreggiandosi fra gli insegnamenti delle scuole antiche, la protagonista, si ritrova a educare se stessa a regole che le impongono di comportarsi diversamente a quanto normalmente avrebbe fatto, sorprendendosi delle scoperte che ne derivano.

Per provare a essere felicemente imperturbabile, devo smettere di darmi da fare per avere tutto sotto controllo, provare ad abbandonarmi al caso sospendendo ogni giudizio su quello che faccio.

E allora inizio a ragionare in un modo che non è il solito, e a dirmi: e se fossimo frecce immobili? Se il puntare verso qualcosa non fosse un puro accidente, non un luogo verso cui è giusto andare, non una meta, non un obiettivo? Se non ci fosse nessun bersaglio, nessun moto a luogo, nessun centro in cui conficcarci; se non ci fosse altro che l’immobilità sospesa degli istanti?

Ed ecco la riflessione che più mi ha colpita.

Perché quest’abitudine di capitalizzare il tempo mi ha resa avara, insensibile alla perfezione degli istanti.

Immediato il richiamo al consumismo e alla nostra mentalità occidentale, per dirla un po’ alla Gianluca Gotto.

Ma non sono più così sicura che pensare di dover sfruttare ogni istante abbia davvero senso. Perché – ci faccio caso solo adesso, e chissà se ci avrei mai pensato, senza la sottile violenza logica che sulla mia concezione del tempo, finora così ostinatamente conformista, ha esercitato Zenone di Elea – proprio il fatto di credere che debba essere tutto utile, che ogni esperienza debba per forza servirci, farci crescere e maturare come frutti nella tarda primavera, rende avari di tempo.

Il tempo che credo di aver perso amando la persona sbagliata, chi me lo ridarà indietro? Questo mi addolora – mi addolorava, almeno, fino a quando non ho incontrato Zenone. Che meschinità verso di me, verso la vita, verso il tempo, convincermi di averne perso tanto solo perché sono rimasta delusa, solo perché l’investimento non è andato a buon fine. Che orrore, ostinarsi a vedere una storia che finisce come una bancarotta – che stupido pensare che il tempo e l’amore e la vita siano solo un richiamo all’efficienza.

Equilibrio e armonia

La penna di Ilaria Gaspari è perfettamente coerente con il contenuto del libro: i periodi lunghi e ben punteggiati, il lessico vario, le frasi dubitative, rivelano tutta la sua matrice classica.

E però c’è qualcosa che il paradosso mi insegna, in una casa quasi vuota, in giorni in cui mi sento fallire e penso alla bancarotta assoluta del mio tempo, delle speranze che ho spiato crescere, della vita che credevo di aver costruito, poco alla volta, perché l’avvenire potesse essere luminoso e facile e risplendere di quella straordinaria efficienza che tutti i pigri immaginano nella loro inesistente vita futura. I paradossi di Zenone mi insegnano che può anche essere un errore sovrapporre al tempo una freccia, credere di vederlo scorrere sempre in una direzione, dritto verso un obiettivo. E che ci derubiamo del tempo, della piccola perfetta finitezza degli istanti, quando lo proiettiamo tutto in avanti, quando immaginiamo di vederlo correre; quando pensiamo a quel che punta la freccia e non, invece, a cosa la sostenga nel punto in cui si trova.

Da premiare, comunque, il fatto che le pagine scorrano alla giusta andatura, senza risultare troppo pesanti e, anzi, creando un libro piacevole. L’effetto è accentuato dagli episodi divertenti che l’autrice racconta e che, assieme alle spiegazioni sulle scuole filosofiche, ai pensieri e alle riflessioni che ne derivano, determinano un testo equilibrato e armonico.

Senza che all’inizio ci facessi caso, questo esperimento esistenziale che ho inventato serve precisamente a tenermi occupata; e, forse, spero (mi illudo?), anche a farmi capire qualcosa in più di me, della vita, di quello che nessuno ci sa spiegare: come si vive, come si fa a vivere dopo che si è squarciato il fondale dipinto di blu e si è scoperto che non era quello il cielo; dopo che si è fatto strada il pensiero che tutto ha una fine, anche se i sintomi della fine restano invisibili fino all’ultimo.

Chi è Ilaria Gaspari

Definita l’astro nascente della filosofia italiana dalla rivista RollingStone, Ilaria Gaspari, ha studiato filosofia alla Normale di Pisa, conseguendo il dottorato presso l’Università Sorbona di Parigi.

Ha debuttato nel mondo letterario con “Etica dell’acquario” edito da Voland e, tuttora, è impegnata nell’ambito della scrittura collaborando con alcuni giornali e tenendo corsi alla scuola Holden di Torino.

Più della filosofia e della scrittura, ama solo una cosa, anzi un animale, il suo cane Emilio.

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