The Harpy – Megan Hunter

Ali hanno late, e colli e visi umani,

pie’ con artigli, e pennato ‘l gran ventre;

fanno lamenti in su li alberi strani”.

Inferno, canto XIII – Dante

Com’è noto, l’arpia è una creatura mostruosa. Il volto sfigurato da una furia perenne, il corpo da rapace con ali possenti e artigli grondanti del sangue delle vittime. L’ira che penetra nelle ossa, il desiderio di vendetta che stringe il cuore. Un urlo squarcia l’orizzonte.

È l’urlo di Megan Hunter, che declama il suo ultimo romanzo “The Harpy” (Picador, 2020) e che plasma un’arpia che si affranca dalle origini mitologiche e abbraccia nuove connotazioni.

Quelle di moglie, madre, donna.

Esse puniscono gli uomini per ciò che fanno

La vita coniugale di Lucy e Jake scorre. Semplicemente, procede in avanti.  Le merende per i figli, i treni in ritardo, la tv in sottofondo.       

Certe volte pensavo che questa fosse la peggior cosa dell’essere sposati: il modo in cui arrivi a conoscere esattamente cosa voglia dire ogni tono, ogni gesto, ogni singolo movimento. Qualche volta, anche prima di quel che accadde, avrei voluto un malinteso, non aver idea di cosa lui volesse dire.

Una sera, Lucy riceve un messaggio in segreteria da un conoscente, che rivela che sua moglie lo tradisce con Jake.

La scoperta segna un punto di rottura: Lucy e Jake decidono di rimanere insieme, ma firmano un accordo speciale, pensato per pareggiare i conti e salvare il loro matrimonio.

Non sa quando né in che forma, ma Lucy lo ferirà per tre volte.

Tre. L’avevo detto ad alta voce, dopo che lo aveva fatto. Aveva un senso preciso, qualcosa di religioso nella sua struttura. Padre, Figlio e Spirito Santo, Pietro tradì Gesù tre volte. Un numero familiare, per una brava ragazza cristiana come me. Ricordo che mi fu permesso di suonare la campana in chiesa: tre volte, mi fu detto.

Regina e Re si muovono su una scacchiera traballante, in un gioco di crimini e punizioni fino all’ultimo scacco. Ma per ogni pedina che Lucy muove, pezzi di se stessa cadono, sommersi dal sangue, sospinto da un ancestrale sentimento di rabbia.

Volevo premere le mie mani su di lui. Volevo fare qualcosa – qualsiasi cosa – per liberarmi di ciò che percepivo in quel momento: un corpo pieno di bile, di più, una tale quantità che sembrava appena contenibile in una sola persona, una sola pelle. Una quantità che sembrava infinita, come se potesse strabordare fuori, allagare la nostra casa, sollevare i nostri mobili, impadronirsi del mondo.

Queste gioie violente

Osservando quell’opera d’arte che è la copertina, sono stato tratto in inganno: mi aspettavo di trovare una Odette čajkovskijiniana e di assistere alla trasformazione di Lucy in un’arpia. In una vera arpia.

Primo errore.

Inoltrandomi nell’intreccio, credevo di trovarmi nel classico thriller domestico, fra façade matrimoniale e delitti coniugali.

Secondo, grande, errore.

Megan Hunter è una sirena omerica che attrae con promesse e lusinghe per poi ribaltare le aspettative.

L’autrice dipinge le vicende narrate con una potente forza poetica.

Gli odori diventano tangibili:

I vicini stanno facendo un barbecue: l’odore della carne – dolce e di casa – si muove sul suo viso.

Il dolore colpisce:

Qualcosa si è sganciato dentro di me, come avevo spesso temuto, un organo che sembrava staccarsi dal resto, lasciato a galleggiare, sradicato, intorno al mio corpo.

La realtà si spinge spesso verso l’irrealtà, intrecciandosi, intersecandosi.

Se abbassavo il collo, potevo seppellire la testa nella mia stessa carne. Mi domandavo, brevemente, se mi sarei potuta soffocare in questo modo; se avessi spinto abbastanza a lungo, se avessi davvero fatto uno sforzo.

Trasmutazione

Lucy è il centro dell’intera costruzione: sua è la storia, sua la voce narrante, sua la trasformazione più importante.

Jake non ha né una chiara personalità né una motivazione precisa, atteggiandosi a mera (tragica) comparsa. In un’altra occasione, la sua rovina avrebbe occupato il centro del palcoscenico; invece, qui è solo il meccanismo attraverso il quale avviene la disintegrazione della mente di Lucy.

Lucy che di notte, sola in camera, passa ore e ore a guardare filmati di incidenti aerei, esplosioni, inondazioni. Che fa scorrere le dita sulle lame dei rasoi in bagno e dei coltelli in cucina.

Eppure la violenza di Lucy è spesso sfocata, curiosamente sospesa, accanto ai ricordi del passato matrimonio dei genitori. Sebbene compia azioni orribili, è difficile per il lettore esprimere un giudizio nettamente negativo su di lei.

L’arpia, per quanto creatura mostruosa, è pur sempre per metà umana. 

Il romanzo è ancora inedito in Italia: essendo stato letto in lingua originale, le citazioni sono tutte state tradotte dall’inglese dal sottoscritto.

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