La saga di Gunnar

La “Saga di Gunnar”, composta probabilmente intorno al XV secolo, è un esempio del genere “saghe degli islandesi”, racconti eroici e leggendari volti a conferire natali illustri agli abitanti dell’isola dei geyser. Edita da Iperborea nel 2020, la Saga di Gunnar ci giunge nella traduzione di Roberto Luigi Pagani, laureato in lingue scandinave ed esperto di medioevo islandese, che forse alcuni conosceranno semplicemente come “un italiano in Islanda“.

L’idiota di Dostoevskij? No, di Keldugnúpur!

In un villaggio sperduto, circondato dai grandi vulcani e dagli infiniti ghiacciai del Sud dell’Islanda, vive Gunnar, giovane ribelle e indolente senza apparenti qualità, tanto da meritarsi il titolo di “idiota di Keldugnúpur”.

Reclutato dal fratello maggiore, prediletto dal padre, per misurarsi alle gare di lotta con la meglio gioventù della regione, riesce a dare una lezione agli arroganti e sleali figli del potente vicino, diventando futuro bersaglio di temibili vendette, ma guadagnandosi il rispetto degli altri e una nuova coscienza di sé: d’ora in poi prenderà in mano il proprio destino di eroe.

Imbarcato su una nave mercantile alla volta del mitico Nord, nel corso di avventurosi viaggi rivelerà il suo valore uccidendo un orso polare, lottando con giganti e troll, sfidando la collera dello jarl norvegese e duellando con i vichinghi del mar Baltico, fino a tornare a casa, uomo saggio, onorato e ricco.

Una favola splatter, una storia di efficienza.

La storia – nonostante si utilizzi il termine “saga” – è molto breve. Per questo, anche molto godibile.

Attraverso la lente del lettore moderno, la brevità estrema della Saga di Gunnar potrebbe sembrare inficiare la costruzione della narrazione dal punto di vista della profondità e della caratterizzazione dei personaggi e dal punto di vista dei ai cambiamenti di scena, repentini e bruschi.

Tuttavia, credo che sarebbe sbagliato applicare i nostri filtri “moderni” a una storia che risale almeno a 500 anni fa. Una storia che mescola ricordi locali, leggende ed elementi fantasiosi con uno stile epico-cavalleresco profondamente nordico.

Lo stile è asciutto e, a tratti, sbrigativo, ma mantiene intatto il fascino di un passato lontano e di una terra ancora più distante.

Somiglia proprio all’Islanda.

Þorgrímur provò un grande dolore per la perdita dei suoi figli, ma ormai era così.

O ancora:

Þórdís prese molto male la sua sorte e avrebbe voluto vendicarlo con le sue arti magiche. Ma non le riuscì, per quanto a lungo ci provasse.

Meraviglioso.

Il racconto lascia spazio anche all’ironia e allo stupore, incanalandosi in venature splatter che non ci si aspetta:

Allora Helgi si lanciò con entusiasmo e inflisse alcune ferite a Svartur. Poi lo colpì in testa con tale violenza da spaccargli in due il cranio e anche tutto il torso, e le due metà caddero ciascuna dalla sua parte

Freddo è il corpo del viaggiatore

Il libro è molto bello: non solo (e non tanto) per la storia in sé; non solo per la spettacolare copertina zigrinata stretta e lunga (classico Iperborea); ma soprattutto perché il lettore ha la chiara percezione del lavoro straordinario che è stato svolto prima della sua pubblicazione.

A partire dalla bellissima introduzione, fino ad arrivare alla postfazione, passando per le note al testo, si ha l’impressione di avere accanto il traduttore, il quale spiega passo passo perché ha compiuto una certa scelta e cerca di ricostruire il fascino originale di certi passaggi.

E ci riesce. Senza dubbio.

Ad ogni pagina si respira il fascino di un tempo e di luogo lontani, si sente freddo e si partecipa alla battaglia.

Mentre leggevo di Gunnar, non ero certamente nel mio letto al calduccio. Ero nella Síða, nel distretto di Skaftafellssýsla. Ero tra gigantesse e troll.

SÆL ÖLL!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.