Febbre – Jonathan Bazzi

“Febbre”, edito nel 2019 da FANDANGO LIBRI, è il romanzo d’esordio di Jonathan Bazzi. Con esso, l’autore si è imposto immediatamente nel panorama letterario italiano, sfiorando peraltro il Premio Strega (hai letto la nostra intervista al vincitore del Premio Strega Giovani, Daniele Mencarelli?).

Tre anni fa quella febbre, che non è più andata via

Da diversi giorni Jonathan ha una febbre costante: poche linee, ma persistenti. Pensa sia solo stanchezza, una frescata, una cavolata insomma. Ma allora perché non sparisce?

La febbre mi viene.

Non va più via.

Una settimana, due settimane.

Un mese.

37,38 e mezzo, poi s’abbassa ma si blocca lì.

37,4, 37,3 non smette, non passa.

La colonnina di mercurio incantata.

Le settimane trascorrono lentamente e il malessere aumenta, segue la preoccupazione. Si decide quindi a consultare un medico: fa gli esami del caso, aspetta gli esiti. E spera. Ma non è sufficiente. Arriva il verdetto: ha l’HIV. Quel temibile virus a cui non si pensa mai, o quasi mai, e che può apparire come una sentenza di morte. Eppure, per Jonathan, così non è.

Dica dottore, dica pure: io sono pronto. Preferisco questo ad altro. L’HIV oggi si tiene sotto controllo, lo so, l’ho letto: star male e morire, un giorno, come tutti, si vedrà. Ma non ora, non subito, è questo che mi interessa. Lui però non sembra preparato alla mia reazione.

In questo modo, tutto cambia: inizia un’altra vita scandita da ansie, pastiglie, visite mediche e rivincite verso la vita. Basta bugie, basta timori, basta rancori. Jonathan si mostra per ciò che è.

Passato e presente senza filtri

La storia di Jonathan si muove su due linee temporali differenti: quella che riguarda Rozzano, via Giacinti, Tina e Roberto e quella che riguarda Marius, l’università, lo yoga e l’HIV.

Bazzi descrive la sua infanzia a colpi di agguati in casa, tentati accoltellamenti, atti di bullismo e separazioni, alternando i capitoli del passato a quelli del presente, dove sono la preoccupazione e poi la rinascita ad affermarsi.

Con la mia nascita queste due sfere estranee si toccano. Anzi, si sfiorano. Si intersecano in unico punto – quel punto del mondo che poi sono io – due mondi che in realtà non hanno molto da dirsi. E che infatti si dicono quel poso e poi basta. Poi solo recriminazioni, improperi, minacce.

E lo fa con uno stile davvero unico, che francamente ancora sono riuscita a comprendere solo in parte.

Le persone non sono soprattutto il loro prendere posizione rispetto a circostanze, fatti e vissuti già dati? Siamo dispositivi vivi, che possono sempre ricombinare le contingenze.

Un romanzo 2.0, una sorta di flusso di coscienza dai tratti rap.

Il grande discrimine nell’ambito dei traumi che a tutti prima o poi la vita infligge, mi ha detto sempre lo stesso terapeuta – il terzo in ordine cronologico -, è dato da quello che succede subito dopo il trauma. Se l’evento spesso è inevitabile, è la gestione di ciò che è accaduto che restituisce il senso della nostra umanità, del modo in cui veniamo trattati e tratteremo noi stessi.

Non so, a volte sembra di leggere il diario di un ragazzino che necessita di sfogarsi, altre si rimane stupefatti dalla bellezza delle parole e altre ancora si resta interdetti dalla sfacciataggine di chi scrive.

Le distanze sono una minaccia, l’unità di misura della mia debolezza.

Me contro me, desiderio e rifiuto insieme, nello stesso corpo.

Ma il mio ricordo si ferma lì, cristallizzato in una scena che non è solo una scena.

Passiamo la vita a pattinare su una lastra di convinzioni accumulate, su uno striminzito strato di idee separate e neutre, controllate, a loro modo tranquillizzanti.

E in effetti la brutalità con cui Bazzi si racconta è tanta e, a ben vedere, è proprio questo il pregio del romanzo. L’autore si spoglia di ogni remora e racconta senza filtri il dolore di un ragazzo balbuziente, nato e cresciuto nel Bronx italiano. Un ragazzo intimorito rispetto all’espressione della propria sessualità, che, solo dopo aver scoperto di essere sieropositivo, si libera dalla paura della morte, e inizia davvero a vivere.

È il 20 aprile 2016.

Il giorno più importante della mia vita. Quello in cui mi sto salvando grazie a mia madre e al mio fidanzato.

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