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5° POSTO

Possiamo salvare il mondo prima di cena –  Jonathan Safran Foer

Perché la gente non percepisce l’urgenza dei cambiamenti climatici?

La risposta di Foer è stata per me illuminante:

Oltre a non essere una storia facile da raccontare, la crisi del pianeta non si è dimostrata una buona storia. Non solo non riesce a convertirci, non riesce neppure a interessarci. Affascinare e trasformare sono le ambizioni primarie dell’attivismo e dell’arte, motivo per cui il mutamento climatico, come argomento, se la cava così malamente in entrambi i settori”.

In letteratura, prosegue Foer, i cambiamenti climatici occupano uno spazio ancora minore rispetto a quello che sono riusciti a conquistarsi nel dibattito culturale complessivo e, in ogni caso, non si riesce a uscire da una lettura stereotipata e manichea in termini di dramma apocalittico e compagnie petrolifere cattive. Insomma, in definitiva:

Sembra impossibile descrivere la crisi del pianeta – astratta ed eterogenea com’è, lenta com’è e priva di momenti emblematici e figure iconiche – in un modo che sia al tempo stesso veritiero e affascinante”.  

E ancora:

Il problema della crisi del pianeta è che si scontra con una serie di pregiudizi cognitivi innati correlati all’apatia. Anche se molte delle calamità che accompagnano i cambiamenti […] sono vivide, personali e fanno pensare a una situazione in via di peggioramento, nel loro complesso non danno questa sensazione. Danno la sensazione di essere astratte, lontane e isolate […]“.

Allora come dare torto a Oliver Burkeman del Guardia:

Se una cricca di psicologi malvagi si fosse radunata in una base sottomarina segreta per ordire una crisi che l’umanità sarebbe stata irreparabilmente preparata a fronteggiare, non avrebbe potuto escogitare di meglio dei cambiamenti climatici”.

È vero che chi nega i cambiamenti climatici rifiuta conclusioni che sono sostenute dal 97% della comunità scientifica, ma, di fronte alla nostra inazione, si è quasi portati a chiedere a noi stessi se ci crediamo veramente! Credere, infatti, dovrebbe avere come controcanto l’azione. Noi, invece, non facciamo nulla, a parte balbettare.

E perché? Semplice: perché il nostro sistema d’allarme non si attiva con le minacce concettuali. Abbiamo bisogno di vedere il sangue, prima di darci una scossa.

Qui un mio articolo in merito.

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