Perché ci ostiniamo – Fredrik Sjöberg

A Iperborea non so proprio dire di no.

E d’altronde

Come si fa a dire di no

A quelle copertine strette e lunghe,

Coi colori pastello e la carta zigrinata?

A quei nomi sconosciuti e con le dieresi?

Io non lo so perché mi ostino a cascarci.

Ma tant’è.

L’autore che collezionava le mosche

Fredrik Sjöberg, salito alla ribalta della critica internazionale con “L’arte di collezionare mosche”, prima di essere uno scrittore, è un entomologo, ma anche un collezionista. E anche giornalista culturale. Studia biologia e viaggia in maniera instancabile.

Insomma, una vita come la sua non può essere tacciata di poca originalità. Accusa che non può essere mossa, di riflesso, neanche alla sua scrittura.

Non che tuffarsi nei meandri degli scrittori nordeuropei sia una passeggiata per uno abituato ai suoni neolatini o a quelli anglosassoni. La sfida – perché di sfida si tratta – è quella di entrare in confidenza con una scrittura così distante e così fredda da rimanere interdetti. Poi incuriositi. E poi stupefatti.

Anche i saggi devono finire

Né racconti, né saggi. Viaggi.

L’autore ci accompagna in nove viaggi alla scoperta di storie d’eccezione o dettagli marginali.

Un tiglio centenario, un autoscatto di Strindberg, una battuta di caccia di Theodore Roosevelt. Un impiegato delle poste che colleziona avanguardia,  Lenin che incontra la proto-ambientalista Lindhagen.

Gli argomenti sono così vari che sfuggono a qualsiasi categorizzazione. Sembra quasi che l’autore abbia scelto a caso quello che voleva raccontare o che abbia usato storie e aneddoti come scusa per parlare d’altro: arte, natura e cultura.

E soprattutto, bellezza. Quella bellezza che rimane in ombra nelle politiche ambientali, “così volta a proteggere la biodiversità da perdere di vista il valore poetico di uno splendido paesaggio”.

Alla periferia di Västervik

Come si fa a non rimanere incantati di fronte a chi ti bombarda con nomi impronunciabili e di difficile apprensione?

Come si fa a non scuotere la testa leggendo a proposito delle mucche di “Nybygget, nel quartiere di Grantorpet, alla periferia di Västervik”?

Sono anche queste sensazioni contrastanti che rendono l’esperienza di lettura degli autori nordici così interessante.

Sjöberg ha il pregio di aggiungere al fascino nordico di cui è portatore naturale un intelletto fine e una curiosità sconfinata, che si riflettono in uno stile posato ma al tempo stesso provocatorio e quasi comico.

Le vie del saggio

Un approccio scientifico e razionale, ma anche aneddotico, che parte da un dettaglio e poi si allarga verso orizzonti.

Così, a partire dagli escrementi di pipistrello, si arriva a parlare del Teddy Bear e dell’azienda dei fratelli Bing. Iniziando da un convegno sulle batterie, si arriva a parlare di carestia e, infine, a indagare il rapporto tra ecologia ed estetica.

È un gioco di cerchi concentrici e di eruzioni solari improvvise, che si tiene in un clima sempre sospeso fra memoires e saggio breve. Una ricerca continua lungo “le vie relativamente più tortuose del saggio”.

Sull’arte di scrivere saggi. E sui pirati.

Al di là del fascino sempre verde dei nomi impronunciabili e delle copertine pastello, c’è un passaggio più riuscito degli altri. Un piccolo capolavoro che rischia di non essere valorizzato come merita.

Si tratta del meraviglioso capitolo “Sull’arte di scrivere saggi”, paradigma perfetto dello stile di Sjöberg.

Partendo da una storia che coinvolge pirati, il Re di Svezia e il Madagascar, l’autore mette in piedi un microtrattato sulla saggistica, con consigli pratici e battute di spirito. È qui che si respira l’aria di un grande autore.

«Il mio consiglio, se qualcuno me lo chiede, è che l’autore abbia sempre in mente di rivolgersi a un lettore colto, ma disinteressato».

«Che gli autori di saggi passeggino più spesso di altri con le mani dietro la schiena è un fenomeno noto…».

«Si torna a casa soli, la sera, un po’ alticci, e ci si vergogna fin nel midollo per tutti gli approcci fuori luogo, anche solo in forma di racconti il cui unico fine era il piacere. […] Con le tempie martellanti si sta davanti allo specchio del bagno, ci si guarda negli occhi e ci si domanda: ma cosa diavolo sto facendo? A quel punto si è scritto un saggio».

Non resta che l’addio

L’ultima fatica di Sjöberg non è di facile comprensione e certamente non è adatta al largo pubblico. L’ironia pungente e la prosa granitica, ricca di costruzioni logiche importanti non la rende certamente idonea alla massima diffusione.

Né il genere, temo, può aiutare questo piccolo gioiello ad acquisire il posto che si meriterebbe. A ben vedere, non c’è un vero e proprio genere, non c’è una vera e propria storia. Ci sono solo tante storie e tante idee, raccolte secondo un ordine che probabilmente solo l’autore stesso può comprendere fino in fondo.

In chiusura di questo libro non definibile, c’è spazio anche per la tenerezza e la commozione. Nel capitolo dedicato al padre recentemente scomparso, Sjöberg ripercorre i suoi passi, legge le sue lettere e racconta come ha elaborato il distacco da quella figura ingombrante e solare.

Si tratta di un capitolo molto personale e, per questo, anche molto coinvolgente. Sono dei saluti non solo commoventi ma anche necessari. Si capisce chiaramente che l’autore percepiva la necessità di dire addio a suo modo.

E si è colti in contropiede. Di nuovo. Quando ci si aspetta di leggere del rapporto tra ecologia ed estetica; quando si sta leggendo dell’arte di scrivere saggi, non ci si attende di commuoversi. E invece succede anche questo.

Succede nei libri scritti con la ragione e la passione.

Sarà per questo che ci ostiniamo?

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