IL MAIALE NERO

Alla fine il prete aveva deciso di venire, ma non in veste ufficiale.

– Non rappresento Dio in questo momento – tenne a specificare quando Beppino, quello della casa mezza sfasciata vicina al vecchio noce giù all’Arno, gli aveva chiesto che ci facesse lì. Perché alla fine nessuno aveva capito se quello, anche se fuori dal cimitero, fosse comunque un funerale cristiano, o fosse un funerale non cristiano, oppure un semplice interramento come quando era morto il cane di Vittorio, il gatto della Gilda, o uno degli animali che ogni tanto tirano le cuoia nella stalla e nessuno capisce il perché e allora non si possono mangiare e per un po’ tutti vanno in giro mugugnando bestemmie a mezza bocca per farsi sentire dal prete ma non troppo.

– Il padre onnipotente oggi qui non c’è di sicuro – aggiunse il prete, secco come un pioppo e tutto sdrucito, calcando la voce stridula su quel lui: – Lui no, Dio no, qualcun altro mah, chissà – ripeté sfiorandosi le guance scavate con gli occhi sgranati, tante volte qualcuno non avesse afferrato il concetto alla prima.

Gli uomini posarono la pala e il piccone. Sul pavimento terroso in fondo alla buca qualche lombrico spaurito cercava affannosamente una via di fuga dalla luce del sole, contorcendosi disperato; le pareti erano tutte un brulicare di radici e radiciucole che rialzavano la testa come un ubriaco dopo aver buscato uno scapaccione dalla moglie al rientro a casa dopo una serata all’osteria di Piero.

– Prete! – disse uno dei due, Alfredone, grosso e mansueto come una quercia di valle mentre si asciugava la fronte. Era ottobre già da un po’, ancora il freddo non era arrivato, ma la nebbia che saliva dall’Arno rimaneva intrappolata in fondo alle colline per giorni e notti intere, senza andare via mai. – Prete, le dici te due parole? – chiese. Non aveva ancora finito la frase che don Girolamo aveva già alzato le mani.

– Ve l’ho detto. Qui Dio non c’è – disse, e poi, ancora: – Lui -.

Tra le persone si diffuse un mormorio di moderata disapprovazione, a cui il prelato rispose con un’alzata di spalle, a dire: che volete da me, fatti vostri.

– Il prete s’è scordato la carità in sacrestia – disse una voce di donna; il bambino lì vicino la guardava con occhi adoranti da ben prima che aprisse bocca.

La Menica era giovane e bellissima, con quei suoi denti bianchi e forti e con il suo seno e le sue ginocchia e quei riccioli neri che nessuna in paese aveva dei capelli così. Nessuna. Con quella bocca e con quegli occhi le si permetteva di dire qualsiasi cosa, nessuno l’avrebbe mai redarguita, nessuno le avrebbe detto mai di stare zitta. Anzi: parla ancora, le avrebbero detto. Lei ne era ben consapevole e si divertiva ad approfittarsene.

Il bambino non le tolse gli occhi di dosso mentre gli sghignazzi prendevano il posto del disappunto tra gli astanti. Il prete fece un gesto poco appropriato per un sacerdote, mandando la Menica e anche gli altri a quel paese. Tuttavia, rimase al suo posto.

– La questione piuttosto è un’altra – disse ancora la donna -. Che ne facciamo della fisarmonica? -.

Don Girolamo trasalì: – Come che ne facciamo? Nella fossa, insieme a lui! -.

– Calma, calma – disse Alfredone, appoggiato alla pala. Aveva smesso di sudare e aveva riposto la pezzola umidiccia in tasca: – Io dico che se ne può tirare fuori qualcosa di buono da quel coso. Almeno un paio di pezzi o tre di sicuro -.

– E chi te li dà? – lo interrogò il prete.

– E che ne so. Qualcuno si troverà. Sennò la diamo a Vortagiubbe, il cienciaiolo. Dovrebbe ripassare la prossima settimana se non sbaglio –.

– Sì, quella dopo al massimo: ha promesso che mi porta un paio di lepri sbucciate – confermò un altro.

Il bambino seguiva quello scambio spostando gli occhi a seconda di chi prendeva la parola. Stava appoggiato alle gambe del nonno. Un uomo vecchio, ma alto e forte: non che ci si nascondesse dietro, ma quelle colonne possenti lo facevano sentire al sicuro.

– Nella fossa! – ripeté don Girolamo, puntando il dito, e stavolta non tutti sembrarono dargli torto. Certo, fare un paio di pezzi o tre, magari per il vino e qualche piccione per una bella veglia insieme era un’idea allettante. Però, se quella fisarmonica a Merigo l’aveva

data davvero il diavolo, forse sarebbe stato meglio sotterrarla insieme a lui. Al limite scaraventarla in Arno e guardarla affondare tra le acque marroni e fanghigliose.

Il bambino tirò la manica della camicia del nonno, costringendolo a chinarsi. Gli parlò sottovoce, all’orecchio: – Perché? – chiese.

Il nonno gli sorrise, gli scostò il cappellino di paglia che gli aveva fatto lui stesso e gli passò una mano tra i folti capelli castani. Non gli rispose.

– Allora – riprese Alfredone – sotterriamo anche la bicicletta, con lui e con la fisarmonica? -.

– Sarebbe cosa buona e giusta – disse don Girolamo, facendosi il segno della croce.

– Io dico di no – s’intromise Beppe.

– E perché, sentiamo -.

– Perché quella l’aveva vinta a carte da uno di Firenze, dall’arrotino che gira le campagne da qui a Arezzo. Sicché quella non ha nulla a che vedere con il diavolo, come dice lei, sor prete -.

La piccola folla borbottò in segno d’approvazione quasi all’unisono. Quasi, perché Piero, il padrone di quella che era l’unica osteria nonché unica bottega del paese, si fece avanti.

– Io ho sentito dire che l’ha presa sì dall’arrotino, che è di Bagno a Ripoli comunque, non di Firenze. Però che l’aveva vinta a carte lo diceva lui. Io ho sentito dire che gliel’ha presa e basta -.

– Rubata? -.

– No, presa in prestito… Certo che rubata, chiorbone -.

– Se è per questo – disse la Menica con la sua voce roca e ammaliante – al mercato di San Giovanni un paio di giovedì fa ho sentito delle donne parlare dell’arrotino che c’è ora in piazza che non è come quello che c’era prima, che era meglio, e che però non si vede più da un anno e c’è chi dice che qualcuno l’ha ammazzato per rubargli la bicicletta e che l’avevano buttato in Arno e che era per quello che non c’era più venuto a San Giovanni e che era un peccato perché era proprio bravo, quello lì -.

– Ecco! Lo vedete! Ho ragione io! – proruppe il prete, rifattosi improvvisamente baldanzoso. – Quella bicicletta è bene che finisca in Arno, insieme alla fisarmonica e guardate, per il rispetto che ho dell’abito che indosso non posso dire che ci butterei anche lui, in

Arno, ma che Dio mi perdoni se non è quello che penso. In Arno ma più in giù, non qui da noi. Verso Buscheto o anche più in là. Avesse a portare male -.

– Don, allora ci credi anche te a queste storie! – lo derise la Menica, e tutti risero insieme a lei. Il prete fece un passo indietro, impermalosito e corrucciato: – Storie, certo, storie -, chiosò.

– Non so se sono storie, ma una cosa io la so di sicuro: io l’ho sentito suonare Merigo, una volta, e vi giuro che non ho mai ascoltato nulla di simile in vita mia. E sì che sono un vecchio -.

Paride, il nonno del bambino, non era uno di quegli uomini che si sentono parlare tanto spesso. Quando capitava tutt’intorno si faceva un silenzio totale. Il bambino lo guardava con il naso all’insù.

– Stavamo tornando da Mercatale, dove avevamo venduto quelle due asine giovani, e ci siamo fermati a Castellina per un bicchiere o due. Non l’ho riconosciuto subito. In piazza c’erano forse cento persone a sentirlo suonare. Dicevano che ogni volta che arrivava in un paese, la gente lasciava i falcetti nei campi per ascoltarlo. Sembrava… – si interruppe, come a cercare le parole giuste per descrivere ciò a cui aveva assistito, poi continuò: – Io non lo so, come spiegarvelo. Vi dico solo che se i miracoli hanno un suono, non dev’essere molto diverso da quello che ho sentito quel giorno uscire dalla sua fisarmonica -.

Le persone guardavano il vecchio.

– A me tutto il resto non importa – proseguì – non dico che ci credo né che non ci credo, dico che non m’importa. Non mi riguarda. Perché dovrebbe riguardare me, o un altro di noi? Perché dovrebbe essere affar nostro se è stato il diavolo a fare di lui un musico eccezionale, o se si è esercitato per un anno da solo in qualche capanna in mezzo al bosco? -.

Beppe annuì: – Io ho sentito dire che ha incontrato qualcuno giù, al crocicchio della Massa, una notte di tre anni fa. Un uomo vestito tutto di nero, dicono -.

– L’ho sentito anche io. Tutti l’abbiamo sentito. Ma anche se fosse? – chiese Paride. Beppe fece un’espressione come a dire: e che ne so io?

Le persone si guardarono l’un con l’altra, come se si attendessero che qualcuno rispondesse a quella domanda che, in realtà, una

risposta non ce l’aveva.

Il bambino li osservava. Si chiamava Fortunato ed era solo un bambino, non ci stava capendo nulla di quello di cui si discorreva. Sperava solo che quella faccenda si concludesse presto, in un modo o nell’altro: il nonno gli aveva promesso che avrebbero preparato insieme la Mortesecca da appendere vicino al pozzo, davanti a casa. Il bambino adorava suo nonno e adorava passare il tempo con lui. Gli stava insegnando tante cose. Tantissime cose. Anche troppe cose. Come se il vecchio avvertisse un’urgenza, il terrore di non avere più tutto il tempo che avrebbe voluto.

Intagliare le zucche, far loro occhi e naso e bocca: la prima volta, col moccolo acceso infilato nella zucca svuotata, il bambino si era messo a piangere per lo spavento. Ma il nonno gli aveva spiegato che le Mortesecche, quelle zucche lì, erano buone, e che se dovevano fare paura a qualcuno non era certo ai bambini ma ai diavoli o ai fantasmi che facevano gli scherzi cattivi o qualche altra cosa brutta. Non doveva avere paura delle Mortesecche, e nemmeno dei morti che qualche volta poteva trovare in giro per le strade nebbiose del paese in una o due notti dell’anno. Erano i vivi che doveva imparare a temere, semmai. E Fortunato allora non aveva avuto più paura.

Per questo sperava che quella faccenda si risolvesse in fretta. Tuttavia il parlottio delle persone intorno alla buca si era rarefatto in un insieme disordinato di opinioni snocciolate senza convinzione.

Poi da uno dei sentieri immersi nella nebbia che veniva dal paese fino alla macchia attraverso il campo abbandonato del vecchio Malanno, morto ormai da tanto tempo, videro che arrivava una figura piccola piccola, che rimaneva piccola anche mentre si faceva più vicina. Era la Betta, col suo scialle fin sopra alla testa e il cesto di cannicci intrecciati che le dondolava da un braccio. Camminava svelta, piegata in avanti, e al bambino venne in mente quello che gli veniva in mente ogni volta che la vedeva. Da quello che gli aveva raccontato il nonno, la Befana non doveva essere poi così diversa da quella vecchiuccia.

Quando arrivò tutti si voltarono verso di lei e tornarono a fare silenzio.

La donnina si fece largo fino al fagotto di iuta legato con due monconi di corda. Senza dire una parola e con grande fatica s’inginocchiò lì a fianco, poi ci poggiò sopra una mano dalle dita lunghe e secche. Chiuse gli occhi e iniziò a mormorare qualcosa. Il prete la guardava, zitto, come tutti gli altri. La donnina estrasse qualcosa dalla cesta, qualcosa che il bambino non riconobbe subito. Era un rametto di ginepro. La vecchia lo strofinò tra le dita fino a sbriciolarlo e a far cadere sul feretro piccoli trucioli di legno e foglioline. Poi posò entrambe le mani sul proprio petto, poi ancora sul corpo infagottato, lì dove immaginava stesse il cuore che non batteva più. Riaprì gli occhi e si guardò intorno, e tutti la guardavano. La Menica le si fece accanto e la aiutò a rialzarsi.

– Ora potete metterlo in terra – disse la Betta, e si incamminò per tornarsene da dov’era venuta.

– Hai visto, prete? – disse la Menica dopo qualche secondo in cui tutto sembrava essere rimasto sospeso nel vuoto: parole, pensieri, azioni. -Hai niente da dire?-

Il prete non le rispose. Si fece il segno della croce un paio di volte.

– Forza, uomini- sentenziò la ragazza. -Buttatelo dentro. In terra. La bicicletta la teniamo, la userà chi ne ha bisogno. E la fisarmonica la vendiamo al cienciaiolo quando ripassa, se la vuole. Sennò si vedrà.-

Il bambino guardava quelle labbra muoversi: ancora non aveva idea di cosa significasse sentirsi attratti da una donna in un certo modo. Forse iniziò a capirlo proprio quel mattino di fine ottobre.

– Resta il problema del maiale nero, inutile che facciamo finta di nulla- disse il prete, e mentre lo diceva si era fatto nuovamente il segno della croce.

– Chissà dov’è andato a finire – rispose uno.

– L’avranno già trovato e spezzato – disse un altro.

– Diamine, sarà stato trecento chili. Una cuccagna, se qualcuno l’ha trovato e ammazzato – aggiunse un terzo, massaggiandosi la pancia quasi immaginando braciole e rostinciane fresche di macello.

– Ma qualcuno l’ha visto sul serio questo maiale nero? – chiese la Menica. – A me sembra tutta una novella, abbiate pazienza, signori -. Le persone iniziarono a scuotere la testa. Nessuno l’aveva visto, il maiale nero che si diceva accompagnasse il suonatore di fisarmonica ovunque andasse alla stregua del più fedele dei cani.

– Non era un maiale – disse il prete.

– Ah no? E chi era, allora? – disse stavolta a brutto muso la Menica.

– Anzi no, no, fammi indovinare: era… Mmm, vediamo… Ah, sì! Come no! Come ho fatto a non pensarci prima! Era il diavolo, è logica! Il poero Merigo non ha incontrato il diavolo a quel crocicchio alla Massa, ma un maiale che gli ha insegnato a suonare la fisarmonica come mai nessuno ha suonato, certo! -.

La gente intorno iniziò a ridere. Ma in quella risata collettiva c’era qualcosa di spaventato, di isterico. Qualcosa di rituale. Come se ridere di quello che aveva detto Menica lo rendesse meno terribile, meno pauroso. Meno reale.

– Senti, prete, e sentite tutti, uomini: questo pover’uomo è morto stecchito perché era un ubriacone e un donnaiolo, sono sicura che nessuno di voi gli ha messo le mani addosso anche perché era la prima volta che tornava in paese da quando era, diciamo così, sparito; se sia stato qualcuno di San Giovanni, o di Firenze, di Bagno a Ripoli o di Castellina o di solo Dio sa dove, io non so chi gli ha fatto quel buco in pancia. Per quanto ne so e m’interessa, può essere stato anche quel maiale nero, quello che nessuno ha mai visto ma che secondo il nostro prete è di sicuro il diavolo a mangiargli le budella fino trovargli e a cavargli l’anima e a farlo crepare. Che dire, avrà riscosso il suo prezzo, che dite? Fatto sta che a noi questa storia non ci riguarda: pace all’anima sua, pace alla nostra, sotterriamolo e festa finita -.

Il bambino avvertì per una frazione di secondo una sorta di scossa sommersa nei muscoli delle gambe del nonno, a cui era ancora abbarbicato come un’ederella morbida. Lo guardò. Le vene e i tendini del collo del vecchio si muovevano come si muove il grano quando tira vento la sera verso il tramonto. Sembrava stesse per dire qualcosa. Poi non disse nulla.

– Forza, pelandroni!- concluse la Menica. -Buttate quel corpo nella buca e copritelo di terra: poi vedremo se sarà il caso di crociare la tomba o no-. Il bambino capì in quel momento esatto che in ogni donna che avrebbe incontrato nella sua vita avrebbe cercato gli occhi scuri della Menica e il suo sorriso beffardo, quello che aveva in quel momento preciso. – Si fa buio, qui… Avete deciso di non andare a lavorare, oggi? -.

Alfredone e Beppe sollevarono il corpo di Merigo avvolto nella iuta. Al bambino, che non aveva mai visto un morto vero, più che un cadavere quell’involto ricordava uno dei salami che faceva lo zio Mannuccio.

I due uomini accompagnarono la salma allungando le braccia verso il fondo della tomba. Poi la lasciarono cadere. Quando arrivò sul fondo, il rumore quasi non si sentì.

– E questa, insomma? – chiese Alfredone impugnando la fisarmonica e tenendola in mano con un misto di repellenza e di fascinazione.

– Questa la piglio io -.

Nessuno aveva fatto troppo caso a lui fino a quel momento. Come al solito, del resto. Nessuno faceva mai troppo caso a lui, tranne i bambini del paese che lo prendevano in giro ogni volta che lo vedevano e che lo perseguitavano perfino dentro alla sua bottega di carradore in paese: “Pelato!”, gli dicevano; “Ventundito!”, lo chiamavano, perché in un piede aveva un dito più del dovuto. Non c’era uno solo tra gli abitanti del borgo che avrebbe detto che fosse cattivo, Callisto, che tutti chiamavano Carlino. Strambo semmai, quello sì. E di sicuro non un genio. Ma cattivo no.

– E che te ne fai, Carlino? – gli chiese la Menica, già pregustando una canzonatura coi fiocchi e quasi leccandosi i baffi come un gatto feroce e sornione davanti a un topolino misero.

Carlino si frugò nelle tasche e ne tirò fuori due fiorini. Li dette a Menica.

– Pago da bere a tutti, non ne volevate due pezzi, paesani? -. Nessuno disse nulla fino al conto di tre: poi tutti esplosero in un grande applauso e una risata generale.

– Viva Carlino! Grazie Carlino! – diceva la gente. Lui, che accanto a Alfredone sembrava ancora più basso e storto, prese la fisarmonica, se la tenne stretta al petto come se già fosse in grado di amarla se non di suonarla, girò i tacchi e se ne tornò verso il paese.

Paride lo seguì con lo sguardo, e il bambino se ne accorse: negli occhi languidi del vecchio era come se l’acqua del fiume avesse trovato un intoppo e non riuscisse a gorgogliare, intrappolata tra canne nere di carbone.

La buca venne ricoperta, e ognuno tornò alle proprie faccende: chi in cantina, chi nei campi, chi dove gli pareva.

Solo Paride e il bambino si trattennero ancora lì, su quella tomba senza nome. Il bimbo aspettava che il nonno dicesse o facesse qualcosa, qualsiasi cosa.

Per un tempo che gli parve non finire mai non successe nulla. Poi, finalmente, il nonno gli disse: – Raccogli un fiore di campo, ne ho visto qualcuno di quelli gialli che ti piacciono, sul sentiero -.

Fortunato si allontanò di qualche metro.

Fu allora che Paride si voltò di scatto. Aveva percepito un movimento alle sue spalle, dove il campo finiva e iniziava la macchia che dopo poche decine di metri si trasformava in una boscaglia caotica e brutale. Ma non vide nulla. Quello che gli era parso il dorso di un maiale, un maiale nero come quello che aveva visto, lui sì, anche se non l’aveva detto agli altri, lo aveva visto sdraiato accanto a Merigo in piazza mentre suonava, un maiale nero come la morte, come il diavolo, forse era stata solo suggestione. Un ricordo che aveva bucato il tempo e che ora era tornato a vagare nel nulla.

Il bambino tornò dal vecchio, mostrandogli un fiore giallo a cui mancavano mezzi petali.

– Bellissimo, bravo Fortunato – gli disse Paride -, ecco, poggialo sulla tomba. Sai recitare l’Ave Maria? – chiese poi il vecchio al nipotino.

– Sì -.

– Allora dì una preghiera per il povero Merigo, pace all’anima sua -. Il bambino si mise in ginocchio, giunse una mano all’altra e iniziò.

– Ave o Maria… -.

Tre anni dopo c’è qualcuno in paese che giura di aver visto un maiale nero grosso come una mucca aggirarsi tra i faggi della boschetta sotto al Poggio alla Croce: era così grosso e cattivo che ero sicuro mi avrebbe rincorso e che mi avrebbe mangiato la pancia come al poero Merigo, ve ne ricordate la pancia aperta del poero Merigo sulla strada per il paese?, diceva quel qualcuno e la gente gli dava da bere un mezzo quarto di vino per farlo calmare e per farlo riprendere; nella strettoia polverosa tra le case e la piazza del Comune, c’è un vecchio alto e forte che si china a raccogliere un piccolo cappello di paglia; nel sottoscala della sua bottega di carradore, Carlino suona maldestramente la fisarmonica; ha le mani tozze e sporche, la terra sotto le sue scarpe è smossa. Per strada, una donna grida dalla finestra: avete visto Fortunato? Chi ha visto Fortunato?

  • Nato a Incisa Val d'Arno, attualmente vive ad Arezzo, fa tatuaggi, e, sempre attualmente, scrive e soprattutto legge. Non attualmente invece ha fatto il giornalista - anche se collabora tuttora con alcuni periodici - e ha pubblicato un romanzo sulla mafia in Toscana, "E' già sera" (Romano Editore).

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