Cambiare l’acqua ai fiori – Valérie Perrin

C’è qualcosa di più forte della morte, ed è la presenza degli assenti nella memoria dei vivi

Francia, Borgogna, Brancion-en-Chalon. Un piccolo cimitero diviso in settori: allori, fusaggini, cedri, tassi, colombari e giardini del ricordo.

Violette Toussaint, la signora Ognissanti, a discapito del suo cognome, ogni giorno si prende cura dei fiori, del paradiso terrestre delle anime e di coloro che vengono a piangerle: a costoro offre caffè e conforto, leggendo loro gli elogi funebri che non hanno potuto ascoltare.

La vita è fugace, ma il tuo ricordo resterà tenace.

Un giorno si presenta il commissario Julien Seul: giunge da Marsiglia per seppellire la madre, Irene Fayolle, proprio in quel cimitero. È Irene ad aver chiesto esplicitamente di avere la tomba accanto a quella del famoso avvocato Gabriel Prudent.

A partire dall’incontro fra Julien e Violette, il romanzo si snoda su due piani temporali differenti e permette di conoscere a fondo la protagonista: una donna che ha conosciuto la solitudine sin da piccola e che ben presto ha trovato l’amore in un uomo molto più grande di lei, Philippe Toussaint (inutile dirlo: scomparso pure lui, ormai trent’anni fa).

Poi ha tirato fuori i registri delle sepolture, e in quel momento ho capito che era una persona singolare, che esistono donne che non somigliano a nessun’altra. Lei era qualcuno, non la copia di qualcuno.

La storia dei due assume i tratti dell’incredibile. E non è questione di sentimento o di passione, ma di accadimenti, di attimi di vita, di incontri, di motivazioni alla base di precisi comportamenti.

È la prova che la paura mette le ali ai piedi.

L’essere è eterno, l’esistenza un passaggio, la memoria eterna ne sarà il messaggio

È l’intreccio il pregio principale del romanzo: la trama che ne sta alla base, il legame fra i personaggi, che, come in un puzzle dai mille pezzi, si incastrano perfettamente formando un’immagine che affascina e che, solo alla fine, si è capaci di apprezzare sino in fondo.

Lo stile e la struttura del romanzo seguono il contenuto. Le linee temporali si intrecciano e i personaggi, sospesi fra passato e presente, emergono attraverso dialoghi autentici. La loro storia si scopre lentamente, con pazienza. La stessa pazienza con cui Violette cura il paradiso delle anime.

All’inizio non comprendevo come fosse possibile che tutti parlassero così bene di “Cambiare l’acqua ai fiori“: più leggevo e più l’interrogativo cresceva. Sì, originale l’idea della protagonista; sì, carina la trovata di inserire delle frasi, quasi degli epitaffi, all’inizio di ogni capitolo, ma nulla di più.

Poi, come spesso accade, mentre ero quasi certa che sarei rimasta delusa dal romanzo, sono arrivata alla svolta: il gomitolo di domande che avevo fra le mani si è dissolto velocemente, fornendomi tutte le risposte che cercavo, se non qualcuna di più.

Sento spesso dire che perdere un figlio è la cosa peggiore che ci sia, ma sento anche dire che ancora peggio è non sapere, che più agghiacciante di una tomba è la faccia di uno scomparso affissa su pali, muri e vetrine o diffusa dai giornali e dalla televisione, foto che invecchiano ma in cui il volto che raffigurano non invecchia mai, che ancora più terribile di un funerale è l’anniversario della scomparsa, il servizio alla televisione, il lancio dei palloncini, la marcia bianca e silenziosa.

Meritato, dunque, il Prix Maison de la Presse del 2018 e tutto il successo seguente…

Ecco la grandezza del romanzo che, piano piano, trasforma il lettore nel confidente di Violette, di Philippe, di Julien, di Gabriel, di Irene, di Sasha… di Leonine, e lo incanta con parole ormai familiari.

Perché si va verso certi libri come si va verso certe persone? Perché siamo attratti da determinate copertine come lo siamo da uno sguardo, da una voce che ci sembra conosciuta, già sentita, una voce che ci distoglie dal nostro percorso, ci fa alzare gli occhi, attira la nostra attenzione e cambierà forse il corso della nostra esistenza?

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