Intervista a Daniele Mencarelli

Daniele Mencarelli è nato a Roma nel 1974. Vive ad Ariccia. Le sue principali raccolte di poesia sono: I giorni condivisi, poeti di clanDestino, 2001; Bambino Gesù, Tipografie Vaticane, 2001, Nottetempo, 2013; Guardia alta, Niebo – La vita felice, 2005; Figlio, Nottetempo, 2013. Sempre nel 2013 è uscito La Croce è una via, Edizioni della Meridiana, poesie sulla passione di Cristo. Nel 2015, nella collana gialla del Festival pordenonelegge, è stato pubblicato Storia d’amore. La sua ultima raccolta è Tempo circolare (poesie 2019-1997), Pequod, 2019. Del 2018 è il suo primo romanzo “La casa degli sguardi”, Mondadori (premio Volponi, premio Severino Cesari opera prima, premio John Fante opera prima). Nel 2020, vince il premio Strega Giovani con il suo secondo romanzo “Tutto chiede salvezza“, Mondadori.

Collabora, scrivendo di cultura e società, con quotidiani e riviste.

Ringraziamo Daniele per aver accettato di fare questa chiacchierata insieme a noi e per averci fatto conoscere il suo meraviglioso romanzo.

Spoiler, ma non troppo!

Squilla il telefono…

Daniele : «Lucrezia?»

Lucrezia: «Ciao Daniele! Come stai?»

D. : «Bene, dai! Alle prese con il nuovo libro! Finalmente ho concluso la bozza del nuovo romanzo e ho appena parlato con Mondadori che è rimasta molto colpita!»

L.: «Wow, complimenti! Come procede? Soddisfatto?»

D.: «Beh, sì. Soprattutto perché trattandosi del terzo libro di questa trilogiaper così direbiografica” sapevo che sarebbe stato il più difficile e quindi ero molto spaventato».

L.: «Come mai il più difficile?»

D.: «Perché con il nuovo romanzo vado a raccontare per la terza volta la storia dello stesso personaggio, Daniele, e avendo scritto dello stesso tema già due volte si pone il problema di dire senza ripetere, il che è molto difficile!»

L. : «Sono strasicura che ne sarai capace!»

D.: «Speriamo bene! Te l’ho detto, ho mandato una parte a quelli di Mondadori con cui ho firmato il contratto per i prossimi libri e loro ne sono rimasti elettrizzati!»

L.: «Ok, adesso sono davvero curiosa di leggerlo! Quanto mi farai aspettare?»

D. ride

A proposito di “Tutto chiede salvezza”…

L.: «Veniamo adesso a “Tutto chiede salvezza”. Lo ripeto: mi sono innamorata di quel libro e della tua scrittura. Quindi complimenti, anche per la vittoria del Premio Strega Giovani!»

D.: «Grazie, grazie mille».

L.: «Premesso ciò, com’è nato il libro? Come si decide di scrivere di un argomento così doloroso e così complesso come la salute mentale?»

D.: «Mah, senti, credo che sia tutto dovuto al mio lavoro e all’osservazione fatta in questi anni. L’esigenza di scrivere di questo mondo nasce proprio da ciò: dalla volontà di raccontare non solo del TSO, ma anche di tutto quello che rappresentano le discipline che indagano l’animo dell’essere umano. Il tentativo è quello di aiutare le persone a fare i conti con il proprio malessere, senza giudicare nessuno, semplicemente tracciando una linea tra la malattia psichiatrica conclamata (le psicosi in generale, come la schizofrenia) e quella nebulosa che precede la malattia mentale vera e propria e che afferisce a tutti i disturbi esplosi negli ultimi trent’anni. Parlo dell’ansia, dei disturbi ossessivo-compulsivi e via dicendo…

Il libro nasce proprio per questo: non solo per raccontare una vicenda del ’94, ma per raccontare un episodio che a distanza di 26 anni ritrae un ambiente, uno stato dell’arte rispetto a queste discipline che nel corso degli anni non è migliorato, anzi! È questa constatazione amara che mi ha fatto partire a scrivere.

Per me un libro è un gesto politico, che nasce perché si vuole raccontare qualcosa. E così è stato per me. Volevo raccontare qualcosa di utile per il nostro presente, per il nostro momento storico e, partendo dalla mia esperienza, da quanto ho vissuto in prima persona. Per questo tutte le battute dei medici presenti nel romanzo sono virgolettate: ogni frase riportata è ciò che la mia memoria ricorda non solo nel corso del TSO, ma nel corso di oltre venti anni di relazione con la psichiatria. Durante gli anni ho visto il rischio di una progressiva chiusura rispetto al malessere interiore che, all’opposto, è esploso. Ho voluto raccontare, fra l’altro, di come spesso l’uomo che cerca aiuto sia visto come un meccanismo inceppato».

L.: «Purtroppo sì. Credo che effettivamente spesso l’approccio sia quello e che la situazione attuale, anche alla luce del momento storico che stiamo vivendo, non possa che peggiorare. Le ansie e i disturbi in generale di questo tipo tenderanno ad aumentare e a esplodere».

D.: «Assolutamente. Il problema è anche che negli ultimi anni le strutture che si occupano di tutto ciò sono state raggiunte da tagli e spending review continue, che, ovviamente, hanno messo anche i medici stessi in una situazione di difficoltà per accogliere e curare davvero un paziente».

L.: «Non posso che essere d’accordo, purtroppo».

Poesia vs Narrativa

L.: «Sappiamo che nasci come poeta, lo sei ancora a dirla tutta, come trapela da ogni riga del romanzo. E allora, come è che sei passato al lato oscuro della narrativa?»

D.: «È nato tutto da un’amara considerazione, peraltro legata anche a quanto detto prima: ormai ho quarantasei anni e guardando a quegli incontri a cui ho partecipato e che sono stati così determinanti per me e la mia vita, ho provato la necessità di tornare dentro questi incontri e la forma migliore per farlo, per comunicare la mia gratitudine, era la narrativa. Già da “La casa degli sguardi” lo avevo capito: ho riavvolto la mia giovinezza e ho scritto per raccontare questi incontri così straordinari che già erano stati raccontati nelle mie poesie. E questo è stato lo scatto: dentro di me c’era l’esigenza di tornare a scrivere su queste figure e, capendo di non poterlo fare di nuovo in poesia, ho guardato alla narrativa che mi è apparsa per la prima volta sotto una luce diversa».

L.: «In che senso?»

D.: «Per me la narrativa altro non era che la lingua dell’astrazione. La vedevo come la lingua dell’invenzione. Da sempre ho considerato la poesia come la lingua dell’esistenza, del vero. E invece, poi, tutto è cambiato. Per questo ho iniziato a scrivere i tre romanzi tutti d’un fiato, in un arco di tempo, se vuoi, molto breve».

L.: «Sì, circa tre anni, perciò brevissimo».

D.: «Sì, e poi ho apprezzato la narrativa perché, e sarei un ipocrita a negarlo, la narrativa ti mette in contatto con il lettore in modo molto più immediato rispetto alla poesia».

L.: «Come te lo spieghi?»

D.: «Perché ormai la poesia mette paura».

Rido.

D.: «Ma no, davvero eh. Ma tu ci credi che anche persone che hanno un bagaglio letterario amplissimo, non leggono poesia? Questo la dice davvero lunga anche su un patrimonio che è stato distrutto negli ultimi anni e che deve essere ricostruito. La poesia va proposta. Non sai che soddisfazione provo quando alla fine degli incontri a cui partecipo, come quello a cui sto andando adesso e di cui non posso svelarti niente, leggo una poesia di Sbarbaro o Bellezza e vedo che chi mi ascolta ci si riconosce».

Bastardi senza parola

L.: «Un’ultima domanda che forse rischia di condurci un po’ fuori tema: nel corso della lettura mi è capitato più volte di pensare ad alcuni film di Tarantino – C’era una volta a Hollywood, Bastardi senza gloria – insomma a film in cui l’idea centrale è che “il cinema salva il mondo”; nel tuo romanzo, invece, è la parola che salva il mondo?»

D: «Beh, è bella come chiave di lettura. Sicuramente è così. Poi occorre considerare che ogni artista riconosce nella sua forma di elezione lo strumento che salverà il mondo. Tarantino nella pellicola, io nella parola. Poi pure qui: cos’è la parola? Da che punto di vista vive la parola? Indubbiamente la parola è quell’elemento che sfonda l’orizzonte materialista. Basti pensare a tutte le religioni dove la parola è elemento costitutivo rispetto al creato, all’universo stesso. Io mi definisco “aspirante credente”, mi piace credere che sia così e che la parola assuma un ruolo centrale, per non dire nucleare.»

L.: «Lo credo anche io. Daniele, ti ringrazio per il tuo tempo prezioso e l’attenzione che ci hai riservato. Aspetto il tuo prossimo romanzo con impazienza, allora, e… prometto di leggere più poesia!»

D.: «Brava!»

L.: «In bocca al lupo per tutto e a presto!»

D.: «Crepi il lupo, grazie a te e a presto Lucrezia, ciao!»

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