Dark Graffiti – Kenji Albani

Dieci graffiti. Dieci autori.

Dieci storie. Dieci misteri.

Il cerchio è l’immagine che si palesa leggendo questa raccolta di racconti curata da Kenji Albani per Delos Digital.

Vicoli bui e tracce di sangue; pulsioni morbose e lacrime amare; malviventi e bambini; sete di vendetta e voglia di giustizia.

Ognuna di queste storie porta con sé questo turbinio di elementi, lasciando nel lettore una visione ciclica, una sensazione di ritorno continuo.

L’eterno ritorno dell’identico.

Una storia come un disegno sul muro

La raccolta si costruisce su dieci racconti (Andrea Carlo Cappi, Scilla Bonfiglioli, Laura Scaramozzino, Andrea Franco, Luca di Gialleonardo, Barbara Bottalico, Darko Bay, Elisa Bertini, Kenji Albani e Antonio Tenisci in ordine di comparsa), che spaziano dal giallo più tradizionale al thriller, dal noir all’hard boiled.

Ognuna di queste storie parte, ruota o si lega indissolubilmente a un graffito.

Altero, gigantesco, con quelle guance gonfie, gli occhi penetranti, un mantello rosso e l’elmo sulla testa. Era così vivido che sembrava poter scendere dal muro e camminare tra la gente.

Un polipo. Una bambina. Un santo. Un volto mostruoso.

Lei è lì: Psico-Alice nel paese delle meraviglie. Fissando il murale, stringe le labbra. Osserva il fungo fumettoso a destra della figura. In un mashup mescola nella testa il Messico con i Puffi.

Sono storie dove la periferia è la maîtresse, che alla luce di una luna oscurata dalle nubi, porta le strade, le sue prostitute, al servizio dei suoi clienti prediletti, la violenza e il sangue.

Creature della notte popolano questa selva oscura, dove la retta via non è mai stata imboccata: mariti violenti, sbirri corrotti, femmes fatales.

Bestie e fiere che corrono nelle tenebre.

Una parola come uno schizzo di sangue

Il vassoio cade sul pavimento con un clangore violento. Le tazzine si frantumano. Il caffè fumante si sparge sul cotto e si mescola al sangue che sta fuoriuscendo.

Un punto di forza di questa raccolta risiede sicuramente nella scelta dei racconti. Nonostante siano di mani differenti, i racconti si amalgamano bene.

Le frasi sono semplici, i periodi scorrono l’uno dopo l’altro in un ritmo quasi sempre incalzante e lo stile è essenzialmente asciutto, senza troppi giri di parole. Come del resto è la vita.

Le scene forti non mancano, dall’omicidio allo stupro, ma vengono narrate e descritte in modo da non urtare eccessivamente il lettore.

I richiami sono vari, dalla penna veloce di Palahniuk a quella sanguinolenta di Stephen King, seppur in un’intensità minore.

Non riesce a sollevare gli occhi su di me, ma fa qualcosa che mi fa rabbrividire.

Sorride.

«L’ho guardato morire» dice.

Alcune volte c’è un che di affasciante nella morbosità della violenza.

Una raccolta come un’esperienza

Il lavoro che gli autori hanno portato avanti è un ottimo esempio d’antologia. Leggendo i racconti, si prova un desiderio pulsante, una vergogna latente e la sensazione è sempre la stessa.

Tutto ritorna perché è l’eterno ritorno dell’identico.

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