LA VIGNA DEL DIAVOLO

Più che per l’accorciarsi delle giornate o per il buio presto, che era tempo noi ragazzini ce ne rendevamo conto per via di un paio di fatti o tre.

Primo: il prete, don Rifredo, si chiudeva in canonica e non ne usciva fino a quando gli uomini non tornavano a casa. Niente partite a carte né quartini all’osteria di Pieraccio, niente passeggiate o merende dalle donne pie e grinzose del borgo. La campana, l’unica funzionante delle due, a suonare ininterrottamente per tutta la notte. Quella notte.

Il secondo fatto: le nostre mamme iniziavano a trovarci sempre qualcosa da fare. Ceste di paglia da intrecciare, reti dei pollai da riparare. Tutto sembrava diventare d’improvviso questione di vita o di morte. Tentavano perfino di chiuderci in casa appena dopo il tramonto. Noi, abituati a scorrazzare come puledri scossi su e giù per quella che più che una piazza si poteva chiamare aia, fino al fiume giù in basso o fino al limitare del bosco sopra ai casolari di sasso, noi ci sentivamo come condannati ai lavori forzati nel raggio di pochi metri dall’uscio di casa. Una pena che si esauriva in un giorno o due e dalla quale ci ingegnavamo per sfuggire. E però, sempre una pena.

Ma che era tempo si capiva soprattutto da un’ultima circostanza.

Il fattore non usciva mai la sera dopocena. Era un uomo riservato, duro come una roccia di fiume, e tutti lo vedevano come un conte o come un duca. Passava le serate a leggere libri di cui non saprei pronunciare neanche il titolo, con la sua lampada a olio, sulla poltrona vicina alla finestra e il camino perennemente acceso. Anche d’estate.

Quando era tempo, il fattore arrivava silenzioso e si sedeva tra gli altri, da Pieraccio. Prendeva un quarto di vino. E anche se non c’era bisogno di dirlo, visto che tutti già sapevano, lui lo diceva lo stesso: “Stanotte si vendemmia alla vigna del diavolo”.

Era tempo di vendemmia: lo disse anche quella sera. Noi bambini non potevamo avvicinarci ai nostri padri e nonni. Venivamo respinti come zanzare fastidiose. Quindi ci appostavamo a qualche metro di distanza, fingendo di fare tutt’altro, di giocare, di litigare. Ma non staccavamo gli occhi e le orecchie da quel tavolo, sforzandoci di intuire ciò che non c’era bisogno di intuire, visto che tutti già sapevamo.

Quando mio padre tornò a casa, iniziai a tirargli la manica della camicia. Volevo andare con loro: midaròdafare-nonsaròunpeso-sonoforte, peroravo.

Lui era alticcio, e sbuffava.

Sbuffava di continuo, per qualsiasi cosa, come uno di quei muli che non si fermano mai e che però scuotono la testa sconsolati e irascibili per qualsiasi filo d’erba si muova. Non a caso lo chiamavano Borbo, da borbotto; a me era toccato quindi in eredità il nomignolo Borbino.

Borbottava sempre, scontroso e tosto. Ma la sera prima di mettersi in cammino per la vigna del diavolo lo faceva in modo diverso. Un modo che avrebbe messo paura a un bambino. Non a me: “Tipregotipregotiprego, ho quasi dieci anni ormai!”. Non che ci sperassi davvero. Mi avrebbe detto di no, come l’anno prima, e quello prima ancora.

I bambini, noi non avremmo dovuto neanche sapere, né parlare, della vigna del diavolo. Per questo avrei fatto qualsiasi cosa per andare con gli uomini. Essere il primo a vederla. Raccontarlo agli altri. Sai che invidia?

Ma il divieto era assoluto. L’undicesimo comandamento.

Nessuno ci spiegava perché. Nessuno ci spiegava mai nulla. Ce lo imponevano e basta. Come ci dicevano di non andare al fiume, perché era pericoloso. E in effetti qualche bambino ogni tanto spariva e non si trovava più, ché noi tanto ci andavamo lo stesso. Gli argini limacciosi, quelle acque torbide. La pescaia scivolosa e le buche in cui vivevano i mostri. Da sempre, dicevano le nonne; mangiano i bambini che non danno retta ai grandi. Soprattutto alle nonne.

Per quello che ne sapevamo, la vigna del diavolo era una vigna, punto e basta. Quindi non capivamo il motivo di tutto quel mistero, che ci terrorizzava e ci attraeva. Proprio come il fiume, che però era lì, sotto gli occhi di tutti. La vigna del diavolo, invece, no.

Tutto quello che più o meno avevamo capito è che era nascosta sulla collina, in mezzo al bosco di querce vecchie come il mondo, grandi come montagne, e così fitte da sembrare le mura di una città. Gli uomini ci andavano solo per la vendemmia, quando il fattore decideva che era tempo. Solo per un giorno, e mai più durante l’anno.

Una volta mi feci coraggio e chiesi a Venanzio: a chi era mai potuto venire in mente di far crescere lassù quei filari?, e lui, Venanzio, che era il nostro vecchio saggio preferito, l’unico che raccontava volentieri storie a noi bambini a veglia, mi rispose che non sapeva di cosa stessi parlando visto che i bambini non dovevano saperne nulla ma che se per caso mi riferivo alla vigna tra le querce l’unico così matto da poter pensare di far crescere una vigna in quel posto era di sicuro Dio, o il Diavolo: uno dei due, insomma, ammesso che ci fosse qualche differenza, anche se lui propendeva più per il secondo, si capisce.

Io mi segnavo ogni volta che sentivo rammentare il Signore dei Cieli.

Anche perché dimenticare di crociarsi di fronte al nome del padre celeste prevedeva un castigo fulmineo e inesorabile, che aveva poco a che fare con un inferno futuribile: gli scapaccioni di nonna Ada, con quelle sue dita nodose che sembravano stecchi di legno secco. “Dio – padrefigliospiritosantoamen – ha cose più importanti da fare – compendiava –. Ci penso io a te”.

Se a sentir nominare Dio bisognava segnarsi, quando qualcuno parlava del Diavolo la nonna mi aveva insegnato a farlo tre volte. Andando per campi con quella gente che si spaccava la schiena per un motivo o per l’altro, con il caldo e con il freddo, con la terra dura e con il fango, con le zanzare e con i cinghiali: insomma, a sera avevo il braccio indolenzito per la mole impressionante di padrefiglioespiritosanto. Amen.

“Perché il Diavolo – croce tre volte – sarebbe dovuto venire fino a qui e piantare una vigna in mezzo al bosco? E perché andate a vendemmiare lì di notte? E perché solo una notte?” chiesi ancora al vecchio. Mi piaceva parlare con lui. Era uno di quegli uomini con le labbra e gli occhi increspati in un sorriso perenne. E poi adoravo i suoi baffi, enormi e candidi. Era come se avesse appena bevuto un secchio di latte appena munto. Gli volevo bene insomma. Quando morì, dopo qualche anno, non mangiai per tre giorni.

“Feci la stessa domanda a mio nonno quando avevo la tua età” disse Venanzio. Frugò nella bisaccia che portava sempre a tracolla e ne tirò fuori due noci. Una la passò a me. Mi chinai per cercare un sasso per aprirla, mentre a lui bastò stringerla nel palmo della mano e fare un po’ di forza. Mi sorrise e mi passò il gheriglio ripulito.

“Sai cosa mi rispose, mio nonno?” disse.

Scossi la testa, sgranocchiando il suo regalo: “No”.

“Mi rispose così: feci la stessa domanda a mio nonno quando avevo la tua età”.

Il suo sorriso si fece ancora più largo e io pensai che mi stesse prendendo in giro. Dalla bisaccia estrasse una piccola fiaschetta da cui bevve un paio di sorsate generose. Il vino era nero. “Sembra vivo”, disse. Si pulì i baffi passandoci sopra la mano callosa e forte, e se ne andò da qualche altra parte lasciandomi lì, in mezzo all’aia polverosa, dove una delle mie sorelle, la più piccola, stava cercando di insegnare a una gallina a camminare al contrario.

Venanzio.

Mi manca ancora oggi, dopo tutti questi anni.

E poi sono sicuro.

Sono certo che quella notte Venanzio fu l’unico ad accorgersi di me.

Non mi disse mai nulla, né quel giorno né in seguito. Anche perché mi convinsi che avevano ragione loro. Che non era successo nulla. Che non era successo davvero. Mi convinsi che era stato tutto un sogno, un incubo delirante.

Di modi per sgattaiolare fuori da casa ne sapevo un milione.

Una nebbiolina insipida e triste si spandeva dal fiume nel buio screziato: le lampade a olio sembravano lucciole sfocate, stordite. Gli uomini riuniti sul limitare del borgo non dicevano una parola: gli unici rumori, quando presero il sentiero nella querciolaia, erano quelli delle ruote del carretto su cui erano ammucchiati gli attrezzi per la vendemmia, ceste, involti, fagotti, qualche fiasco. Gli zoccoli dell’asino. Il pesticcìo stanco degli scarponi. Sullo sfondo, la campana di don Rifredo iniziò a martellare ipnotica.

Aspettai qualche secondo, poi mi infilai tra i cespugli.

Se mi faceva freddo, non lo sentivo.

Se mi graffiavo, non lo sentivo.

Ero immerso nel buio: volevo essere io stesso il buio.

Gli uomini avanzavano senza parlare ed era come se i tronchi e i rami e le chiome delle querce attutissero i movimenti e i rumori, il lucore delle lampade e il suono delle campane, sempre più lontano. Il sentiero era stretto, accidentato, leggermente in salita. Il carretto strusciava contro i rovi e sussultava per le radici che affioravano dalla terra.

Non so per quanto camminammo. A un tratto mi trovai davanti a una vera e propria parete di spine, nel buio più totale; decisi di scendere anch’io sullo sterro, dietro al corteo degli uomini, a diverse braccia di distanza, sforzandomi di non perdere di vista quei fuochi fatui alimentati a olio. Sforzandomi di non far caso a quella roba che mi si stava ingigantendo nella gola a ogni passo. La paura.

Ero stremato. Ero in trappola. Non potevo tornare indietro. Non potevo chiedere aiuto. La paura si stava ormai mutando in panico quando accadde: le piccole luci, quelle lucciole a olio che mi precedevano quasi in fila indiana, si aprirono e si sparpagliarono. Anche il buio si diradò. Mi nascosi dietro uno degli ultimi tronchi.

Erano arrivati.

Eravamo arrivati alla vigna del diavolo.

Quello che successe, dopo, io non so cosa, non so come.

Il giorno dopo mio padre mi disse che mi aveva trovato nel letto, il mio letto, che vaneggiavo, febbricitante, in preda al delirio. Perfino il prete venne a farmi visita quella mattina, con nonna Ada che non si mosse mai dalla sedia a fianco del letto. Pregavano sottovoce e io non capivo. Non capivo nulla.

Per quasi una settimana rimasi in quelle condizioni.

Per quasi una settimana la nonna, mio padre, mia madre, il prete. Tutti mi ripetevano in continuazione che dovevo aver fatto brutti sogni, incubi terribili dovuti alla febbre. Che deliravo, che avevo le allucinazioni, che non mi ero mai mosso dal mio letto, che ero fuori di me fin dalla sera prima della notte della vendemmia.

Così cedetti. Mi convinsi che era andata proprio in quel modo, come dicevano loro, che era stato tutto un sogno. Un sogno tremendo, di cui ricordavo solo alcuni dettagli, pochi, eppure nitidi.

Allora come oggi, li ricordo proprio come fossero veri.

Quella radura in mezzo alle querce e i tre filari, corti, cortissimi; nel buio ammorbidito dalla luce gialla delle lampade, le viti, almeno a me sembrò che fossero secche, e nere nella notte.

Gli uomini che si fermano e che guardano tutti verso un unico punto nel buio. Nessuno parla. La campana quasi non si sente più.

Il fattore che va al carretto e che prende un fagotto, lo tiene sottobraccio e cammina tra le viti. Sono sempre più certo che siano secche, senza foglie. Morte.

Il lume che adesso lambisce qualcosa che non era possibile vedere fino a quel momento, e che stento a capire cosa sia: un rudere, un capanno?, no, man mano che il fattore si avvicina posso vedere meglio e credo sì, è una piccola cappella, o almeno credo, credo sia una piccola cappella; il tetto non c’è e sui muri, o quello che ne rimane, ci sono i segni neri dell’incendio che probabilmente l’ha distrutta chissà quando.

Ora il fattore, col fagotto sottobraccio, è quasi all’interno di quel perimetro di macerie. Dal buio emerge tremolando quello che forse un tempo fu un piccolo altare, o no, forse no: un altare, o una fonte battesimale, un battezzatoio decrepito, un altare in rovina. I segni neri sul muro ondeggiano fiocamente al respiro della fiammella.

Gli uomini che si voltano, tutti insieme, tutti nello stesso momento, dando le spalle al fattore e al suo fagotto e al rudere e al battezzatoio. Mi spavento: si voltano verso di me, ho paura che mi vedano. Venanzio. Nessuno dice nulla. Le campane inghiottite dalla notte. Ognuno di loro appoggia a terra la propria lampada e si inginocchia a terra, col capo chino.

Il fattore. Anche lui poggia la lampada a terra. La sua ombra è proiettata sulla parete di fondo e io lo vedo come si vedono le ombre in quei teatrini cinesi che una volta arrivarono in paese, lo vedo che prende il fagotto e che lo appoggia su quel battezzatoio, su quell’altare, e vedo che la sua ombra si muove nella luce debole e anche i segni neri si muovono e ora sembra che ognuno di loro si muova strisciando sulle pietre, allungandosi a dismisura e poi tornando a terra, ora piano, lento, ora veloce, si muovono, si muove, si allunga, si contorce, si allunga come le dita di un vecchio di mille secoli, a staccarsi dalle pietre e a prendere forma, la forma nera della morte, la forma nera del diavolo ad avviluppare il piccolo fagotto da cui emerge come un soffio un vagito, piccolo, uno solo, poi nulla più.

Il fattore riprende il suo lume e si volta. Il rudere viene inghiottito dal buio. Come se non esistesse più. Come se non fosse mai esistito. Gli uomini si rialzano e si voltano. Le viti sono colme di grappoli maturi. Io mi sento scivolare giù, nel buio. Le campane sono un ricordo remoto.

Sì, dev’essere stato tutto solo un sogno. Terribile, tremendo, che mi mette i brividi quando ci penso ancora oggi. Ora che vivo in città e che per vivere scrivo. Ora che il borgo dove sono cresciuto è abbandonato. Ora che nonna Ada è morta e che Venanzio è morto e che anche mio padre e mia madre sono morti. Quello che so per certo è che in seguito nessuno tornò più tra quelle querce, divorate da un incendio poche settimane dopo la mia malattia; che il borgo si svuotò in meno di un anno, poiché i campi non davano più da mangiare.

E che nessuno, mai, parlò più della vigna del diavolo.

  • Nato a Incisa Val d'Arno, attualmente vive ad Arezzo, fa tatuaggi, e, sempre attualmente, scrive e soprattutto legge. Non attualmente invece ha fatto il giornalista - anche se collabora tuttora con alcuni periodici - e ha pubblicato un romanzo sulla mafia in Toscana, "E' già sera" (Romano Editore).

3 commenti su “LA VIGNA DEL DIAVOLO”

  1. Il racconto di Somigli è coinvolgente.
    In poche righe ti fa rivivere nel nostro passato, dove adulti e bambini era due mondi separati, e nel mezzo di un “brutto sogno”.

  2. E così, caro Gianni, anch’io ho incontrato il diavolo per la quinta volta, come Papini ne “Il demonio mi disse” – In tutta la mia vita ho parlato col demonio cinque volte, ma fra tutti quelli che ora son vivi son certo che colui col quale ha più dimestichezza e che lo conosce più intimamente.

    Io non posso vantare un primato del genere ma il diavolo mi garba frequentarlo, un pochetto – guardati dai puri!

    Dunque la prima volta fu quello di Thomas Mann, poi il Mefistofele di Goethe, quindi quello di Marlowe, al teatro, poi il demonio di Papini che si diceva, e infine il tuo.

    Mi garba tracciare un filo che unisce queste apparizioni così diverse. Non è questione di paragoni letterari – non sono bono – ma il tuo lo conservo insieme agli altri perché l’hai portato a casa mia. Intendo quel frammento di spazio-tempo che ho attraversato nell’adolescenza. Un diavolo di casa nostra.

    Grazie
    Andreas

  3. C’era un “che” di troppo qui:

    “In tutta la mia vita ho parlato col demonio cinque volte, ma fra tutti quelli che ora son vivi son certo colui col quale ha più domestichezza e che lo conosce più intimamente.

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