Purple cat – Andrea Moretti

“Purple cat” di Andrea Moretti (pubblicato con VJ Edizioni) è una raccolta di racconti a metà strada fra l’horror di King e Poe e la letteratura impegnata di Sartre.

Un ibrido interessante, anche se il livello degli autori citati è ancora ben lontano (s’intende).

Le potenzialità di questo primo Frankenstein di racconti sono evidenti e da riconoscere.

In fondo, riprendendo il titolo di uno dei racconti, tutto è “Luce e Ombra”.

Di solito, chi cerca l’orrore tenta sempre di scovarlo negli angoli più remoti e nascosti della vita umana, quasi che questo viva abbarbicato in una qualche realtà sotterranea, sfuggente, misteriosa, completamente lontana da ciò che conosciamo comunemente. La verità è che spesso si trova proprio di fronte ai nostri occhi e, proprio davanti ad essi, lasciamo che prolifichi, che si riproduca, che strisci fumoso sui muri come una muffa insidiosa.

Le storie

In un unico volume, l’autore raccoglie nove racconti, di lunghezze e tematiche differenti.

Ne “La canzone di Carmilla” una melodia ipnotica prende il sopravvento sulla mente del protagonista; “Come Dino Campana” espone le grandi (e diaboliche) difficoltà nel mondo dell’editoria per un giovane scrittore; “Quarantena” e “Quel che rimane da vivere” studiano (con non troppa fantasia francamente) il mondo all’epoca del Covid-19; “Purple cat”, il racconto che dà il titolo all’intera raccolta, lega su pagina il terrorismo e l’adescamento online; “Luce e ombra – Il regno dei ghul” imbocca la strada di un futuro apocalittico; “La noia – La maledizione del tilaka” riflette sul potere horrorifico della tecnologia e della fama; ne “L’ultima notte” il protagonista è tormentato dalle decisioni per il suo futuro; infine, ne “La voce delle luminarie” passato e presente si legano inesorabilmente nel giorno di Natale.

“J’accuse!”

Nonostante il macro-genere della raccolta sia quello horror, molto interessante è il taglio “politicizzato” che l’autore dà ai suoi racconti.

Attraverso le parole e le azioni dei protagonisti, emerge un chiaro intento di critica sociale e di riflessione su temi contemporanei (la pericolosità della tecnologia, l’emarginazione dei più deboli e il terrorismo psicologico dei mass media per citarne alcuni) che funge da filo conduttore per l’intera lettura.

Quello che posso dire, però, è che in questi giorni sono giunto a una serie di considerazioni che mi hanno fatto rivalutare la vita, così come la sto vivendo adesso. Tutta quella filosofia che parlava di declino, di prolungamenti vuoti e insensati dell’esistenza, forse non era poi tanto assurda. Vivere ancora per cosa? Per regalare il mondo ai social, agli sciacalli, agli influencer, ai politici che mangiano sulle spalle di chi soffre?

Nonostante i toni a tratti paternalistici, l’accostamento della critica sociale al mondo del terrore funziona.

L’uomo è descritto come oppresso da una società che non lo comprende, che non lo accetta. Un “longs ennuis” alla Baudelaire traccia l’esistenza umana. Lo scopo, quindi, diventa quello di rompere quel “cielo di carta” per scrollarsi di dosso il tedio infinto che ognuno percepisce in sé.

Tutti e nove i protagonisti sono posti davanti a un bivio. La strada del Bene e quella del Male. Della Luce e dell’Ombra.

A chi legge, l’ardua sentenza.  

Qualcosa di conosciuto, qualcosa di rivisto sul fronte occidentale

Leggendo l’ultima creazione di Andrea Moretti, traspare uno spessore culturale notevole.

Moltissime sono le citazioni e i rifermenti alla letteratura, alla musica e al cinema.

In un attimo tutta l’Europa divenne come un deserto privo di identità. In giro non si vedeva né si sentiva più nulla. Non c’era più musica, né una frase artistica scritta che fosse di una canzone, di un libro, di una poesia. Le voci di Fitzgerald e Dostoevskij erano affondate nel baratro, nel subconscio terribile che circondava l’oscurità dell’impero islamico; la musica eterea dei Pink Floyd, i versi lamentosi di Blowing in the wind, sepolti per sempre in quel marasma roboante.

Con le sue dita gelate e la potente passionalità, la Carmilla del primo racconto richiama alla mente la sua omonima vampiresca; il mondo distopico dei ghul ci ricorda quello degli zombie di The Walking Dead; la storia di Stefano nel giorno di Natale fa pensare a una vaga rivisitazione de “Il Canto di Natale” di Dickens.

Insomma, gli spunti sono da apprezzare, anche se talvolta sarebbe apprezzabile un supplemento di elaborazione.

Luci e ombre nello stile

Lo stile dell’autore appare molto chiaro già dalle prime pagine.

Il silenzio della stanza gli instillava angoscia rispetto al futuro. Era come se in quel rumore atono, e inspiegabilmente immobile, si annidasse un feto mostruoso che andava inesorabilmente verso la distruzione.

I termini sono ricercati, studiati per ogni situazione. Gli aggettivi sono forti e numerosi. Il ritmo, inizialmente lento, incalza il lettore e lo spinge a proseguire.

Il suo volto era circonfuso di un’aureola singhiozzante, avvolto da un’espressione estatica, a metà tra il carnale erotismo e la vividezza masturbatoria del virtuale. Una Madonna di Munch in versione cyberpunk.

Tuttavia, i lati più oscuri sono lì, ben visibili in superfice. Un testo di questo livello non meriterebbe refusi (che invece sono presenti), come non meriterebbe la vasta mole di “d eufoniche”. Inoltre, l’uso eccessivo della virgola e alcuni inutili incisi creano periodi troppo lunghi e (spesso) confusi.

In questi casi, le belle parole cadono come castelli di carta.

Buona la prima

Andrea Moretti, con “Purple cat”, segna un buon esordio. Serve ancora qualche lampadina per stanare le zone d’ombra e rendere più matura la prosa. Tuttavia, le premesse per un autore di successo ci sono tutte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.