L’estate che sciolse ogni cosa – Tiffany McDaniel

C’è un momento giusto per leggere un libro. C’è un motivo per cui tieni il manoscritto fermo nella tua libreria e poi, all’improvviso, decidi di sfogliarlo. “L’estate che sciolse ogni cosa” è rimasto silente per qualche tempo nella mia pilazza dei libri da leggere, ma poi si è imposto con la forza spaventosa tipica delle cose belle.

Così, oggi 21 settembre 2020, chiudo per l’ultima volta il libro. Non a caso, lo stesso giorno in cui si conclude la storia che vi è racchiusa.

La storia

Breathed, Ohio, estate 1984.

Siamo nell’anno in cui Orwell ambienta il suo capolavoro, nel periodo in cui infuria l’HIV e Apple lancia il primo Mac.

Sembra un’estate qualunque, ma è un’estate che scioglie tutto, a partire dall’esistenza di Fielding Bliss, un tranquillo adolescente di provincia, che vive con i genitori e il fratello Grand.

In una giornata dal caldo torrido, fa la sua comparsa Sal, che si qualifica come il diavolo. Arriva rispondendo all’invito pubblicato sul giornale locale da Autopsy Bliss, il padre di Fielding, avvocato idealista convinto di saper distinguere il bene dal male col suo setaccio.

Satana si presenta come un tredicenne dalla pelle nera, occhi verdi come foglie e una salopette logora. A incontrarlo per primo è Fielding, che lo porta con sé a casa. I suoi genitori subito pensano che il giovane, che sceglierà di farsi chiamare Sal, sia scappato dalla propria famiglia, eppure le ricerche non portano a nulla, e in lui sembra esserci veramente qualcosa di impenetrabile e misterioso.

Sarà quel bagliore oscuro (ma non solo), che convincerà gli abitanti di Breathed che Sal è veramente ciò che dice di essere e che risveglierà nella popolazione gli istinti peggiori.

Cantavo il caos e la notte eterna

Ogni capitolo di questa favola moderna è inaugurato da una citazione de “Il paradiso perduto” di John Milton e si apre e si chiude frasi dal potere evocativo impressionante. Frasi che sembrano salutare la prosa e scivolare lentamente verso la poesia:

Inizio capitolo 18:

Ecco cosa sono io. Segni di denti. Qui, e qui. Divorato, un morso alla volta. Odore di me nel mio fiato. Ingoiato. Nello stomaco. Pulisco brandelli di me dalla mia bocca con uno stuzzicadenti”.

Fine capitolo 18:

Non mi sono mai sentito un diavolo quanto quel giorno. Mi bruciano ancora le labbra del sale della vergogna. Segni di denti. Qui, e anche qui. Ecco cosa sono io”.

I periodi sono sempre brevi e coerenti con lo stile asciutto e chiaro dell’autrice, ma non compongono mai paragrafi banali. Anzi, costruiscono castelli imponenti, evocando emozioni sopite e mostrando tutto il potere dell’animo umano.

La fabula è lineare e abbastanza semplice ma mai scontata. L’intreccio è costruito attraverso la scrittura in prima persona e concede flashback e flashforward, che scoprono punti di vista differenti e angoli visuali nascosti.

L’autrice inserisce nello schema narrativo dei piccoli racconti che hanno il profumo della parabola: l’impressione iniziale è che siano slegati dalla storia, ma, nel prosieguo, si capisce che essi hanno semplicemente preso il posto che spettava loro.

Tutto si tiene in questa narrazione avvincente e dal sapore dolce-amaro. Narrazione assistita da un registro sontuoso e ricco di echi di bellezza.

Un dipinto di un mare grigio battuto da ondate furibonde. Ho strappato quella pagina e l’ho incorniciata e appesa al mio letto. è l’immagine di mio padre quella sera, quando le onde della sua ira si levarono in tempesta”.

Si ride, si piange e si riflette. Come avviene in tutti i grandi libri.

Il ritmo è calibrato, così come le rivelazioni. L’atmosfera è densa e immaginifica ed è sostenuta dall’utilizzo costante di espressioni come “corna”, “serpente”, “caldo”, “fiamme”, “fuoco, “caduta”.

In lui si agita l’Inferno

I personaggi sono tratteggiati con delicatezza, sono veri e tridimensionali.

La madre di Fielding, Stella, non esce mai di casa perché ha paura della pioggia.

Autopsy, il padre, capisce piano piano che la sua idea di giustizia è falsa e fa pensieri stretti e lunghi come il suo aspetto.

Grand, il fratello maggiore, appare robusto e solido, ma si scopre come il più fragile e spezzato.

Fielding, che racconta in prima persona, attraverso l’evoluzione della sua vita, ci mostra cos’è capace di fare il diavolo.

Sal è descritto divinamente, sospeso in una continua bolla di mistero. Non c’è nulla nel suo aspetto che faccia pensare che abbia qualcosa di diverso da un tredicenne, a parte le due cicatrici sulla schiena, che lui stesso attribuisce alla caduta delle ali dopo la cacciata dal Regno dei Cieli.

E i suoi occhi, ovviamente, quegli occhi verdi “come le foglie illuminate dal sole” che stridono con la sua carnagione scura. Sembra un semplice ragazzo di campagna, ma ha “i moti di un’anima antica”.

Colpisce il suo aspetto, ma anche la profondità del suo pensiero. La sua capacità di comprendere. La sua saggezza.

Io sono l’avvertimento ai bambini prima di coricarsi. Dite le vostre preghiere, non cadete nel peccato, altrimenti diventerete il diavolo, colui che è sprofondato nell’abisso e non può sperare in nessuna salvezza”.

Questi mostri ululanti

Il libro, edito da Atlantide, è meraviglioso. Il più coinvolgente che abbia letto negli ultimi tempi.

Tiffany McDaniel è un’autrice da scoprire e sostenere.

La resa della traduzione è così efficiente che provo il desiderio di abbracciare la traduttrice, Lucia Olivieri.

La scrittura dell’autrice è originale e profonda, difficile da paragonare a ogni altro autore.

Meraviglioso, al pari della scrittura, il messaggio che emerge tra le piaghe della narrazione. Una morale che si fa strada tra le storture della nostra società e ci fa scoprire quali volti tende ad assumere il diavolo.

Il racconto, poi, finisce all’improvviso, lasciando il segno.

Finisce con dolcezza e forza, con “la lenta grazia delle cose che finiscono”.

E finisce per insegnarci che il vero diavolo sono la paura e l’ignoranza.

È il sonno della ragione, che da sempre genera mostri.

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