Intervista a Silvia Bottani

Silvia Bottani è nata e vive a Milano. Giornalista, si occupa di arte contemporanea e collabora con diverse agenzie di comunicazione. Suoi interventi sono stati pubblicati da Doppiozero, Riga, Sapiens, Arte, Rivista Segno, CultFrame. “Il giorno mangia la notte” è il suo primo romanzo.

Ringraziamo Silvia, che ha accettato di scambiare quattro chiacchiere con noi. Abbiamo amato molto il suo romanzo e ci ha fatto molto piacere conoscerla. Grazie anche a Giulia Taddeo dell’ufficio stampa della casa editrice SEM.

Ciao Silvia, com’è nato il libro? C’è stata un’idea centrale intorno alla quale si è sviluppata, per estensione, tutta la storia, oppure è frutto di una scaletta metodica costruita a priori?

«L’idea da cui sono partita è stata un’immagine, l’evento che mette in moto la narrazione e che si verifica proprio all’inizio della storia. Ho “visto” la scena mentre passeggiavo – cammino quando ho bisogno di pensare, un’attività che accomuna molti scrittori – e dopo essermela appuntata, ci ho ragionato per alcuni giorni. I passi successivi sono stati la scrittura del soggetto e la stesura della scaletta, per poi affrontare i vari capitoli. Anche se avevo stabilito in fase preparatoria quale fossero i macro-eventi, ho lasciato che la storia di sviluppasse e si modificasse in corso d’opera: avere una griglia iniziale mi aiuta, funziona come un timone che mi permette di tenere la rotta durante la navigazione».


Si sa che ogni scrittore è, prima di tutto, un grande lettore. Non si può scrivere senza aver letto una montagna di libri. Allora, cosa c’è attualmente nella tua pilazza delle letture in corso? E quali libri consideri come i tuoi riferimenti letterari?

«Ho sempre con me una lista di lettura con decine di titoli, che continuo a rimaneggiare spostando le priorità e alla quale si aggiungono ogni giorno nuovi desiderata. Sono una lettrice compulsiva e ho sempre avuto l’abitudine di leggere più libri contemporaneamente: in questo momento sulla mia scrivania ci sono Il decoro di David Leavitt, Reality di Giuseppe Genna, Questa strana e incontenibile stagione di Zadie Smith e La matematica è politica di Chiara Valerio.

Riguardo ai miei autori di riferimento, sono sempre un po’ in difficoltà, ci sarebbero tanti nomi da citare. Come per ogni lettore appassionato ho avuto innamoramenti duraturi e altri passeggeri: tra i classici moderni due vertici a cui torno sempre sono Dostoevskij e Woolf, poi Steinbeck, London, Fitzgerald; Yourcenar fa parte della mia formazione insieme agli autori del dopoguerra Italiano (con una preferenza per Levi); spostandoci nel territorio del fantastico ci sono Borges, Bolaño e Cortázar, a cui si aggiungono nomi che vanno da Ballard a Bradbury, da Lovecraft a King; tra i contemporanei penso a DeLillo e Herta Müller, tra gli italiani Moresco e Siti ma sono molti ancora gli autori che seguo con attenzione».


La cosa che forse ho amato di più del libro è la descrizione dei luoghi: struggente e crudele in alcuni punti, simbolica e dolce in altri. Sembra quasi che la Milano che descrivi, o meglio, la periferia di Milano che descrivi abbia un legame inscindibile con i personaggi. È così? In altre parole: “Il giorno mangia la notte” poteva essere ambientato altrove o la scelta di Milano è consustanziale rispetto alla storia?

«La storia potrebbe essere trasposta in una metropoli europea, i protagonisti potrebbero vivere a Parigi, a Madrid, ad Amburgo: le dinamiche che racconto sono comuni a molte grandi città d’Europa. Allo stesso tempo, ho scelto di parlare di Milano evocandone alcuni aspetti peculiari perché è una città con cui ho un rapporto affettivo – ci sono nata e ci vivo – e volevo dare vita a una contronarrazione che mettesse in discussione lo storytelling con cui la città si rappresenta da tempo. Milano è una città complessa, con molte ombre, una città che nasconde la propria verità con la cosmesi, ma è anche un laboratorio sociale dove è possibile osservare epifenomeni che contengono in sé aspetti rivelatori del presente. Per esempio, il turismo non ha museificato la città come è accaduto a Firenze o Venezia, ma la gentrificazione ha stravolto il tessuto cittadino creando una bolla abitativa legata a un modello economico sempre meno sostenibile, che ha aggravato le disparità sociali.

I personaggi del romanzo poi appartengono alla città, ne incarnano alcuni caratteri – la bulimia narcisistica di Giorgio, l’ossessione securitaria e la violenza di Stefano, l’identità fluida e la multietnicità di Naima – ma allo stesso tempo sono figure in balìa di uno spazio-tempo urbano che porta in sé i sintomi di un collasso collettivo, cercano di resistere strenuamente a una deriva esistenziale che si manifesta proprio nelle dinamiche di una metropoli che, in questo senso, è consustanziale al racconto».


Ora una domanda più da giornalista che da scrittrice: Ognuno dei tre personaggi attorno a cui si sviluppa l’intreccio è portatore di una serie di problematiche e introduce, attraverso la sua vita e le sue azioni, dei temi molto attuali. Così, attraverso Naima, si affronta il tema degli italiani di seconda generazione; attraverso Giorgio, si riflette sulla ludopatia e sull’alcolismo. Attraverso Stefano, invece, si affronta il problema dei movimenti neofascisti. Secondo te gli scrittori – e gli artisti in generale – hanno la responsabilità di accendere i riflettori su questi temi? Per te è stato “naturale” parlarne, o è stato il frutto di una scelta ragionata e consapevole, in adempimento di questa “responsabilità” che ti sentivi sulle spalle?

«Penso che gli scrittori abbiano la responsabilità di essere fedeli solo alla propria opera. Non credo alla “responsabilità sociale” dell’arte se con questa si intende un dovere educativo, pedagogico a cui la funzione artistica dovrebbe in qualche modo assolvere. L’arte deve essere un punto di rottura, una domanda, una crisi. In questa prospettiva, è uno strumento cognitivo che permette di coltivare il pensiero critico e che rimane fondante per ogni civiltà. Tutto ciò che ne discende è una conseguenza ma non la sua ragion d’essere. 

Nel mio romanzo, quello che ho scelto di fare è stato rispettare l’autenticità dei personaggi e lasciare che la storia si sviluppasse seguendo una forma e un ritmo che le erano propri. L’idea che venga definito un “romanzo sociale” mi rende felice, molti degli autori che mi appassionano possono essere ascritti a questo genere e mi vengono subito in mente Giovanni Testori, che di Milano fece un affresco dolente e irripetibile, o il Bianciardi di La vita agra. Ma la mia non è stata una scelta programmatica, non c’era alcuna intenzione moralistica nel raccontare le vicende di Stefano, Naima e Giorgio. Credo invece che questa storia sia nata da un modo di guardare, da una postura, un interesse verso il reale che ritrovo nelle parole di Siti quando definisce il realismo come “l’anti-abitudine: è il leggero strappo, il particolare inaspettato, che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale”. Sono sempre in cerca di quello strappo, di una lacerazione del reale, e questa storia mi offriva questa possibilità. Per questo ho sentito il desiderio di scriverla».


Infine, si discute molto sul titolo del romanzo: “Il giorno mangia la notte” sembra alludere allo scontro atavico fra luce e tenebre, fra bene e male. È difficile ridurre il romanzo a uno scontro manicheo di questo tipo, anche perché nessun personaggio è totalmente buono o totalmente cattivo, ma… alla fine… è vero che il giorno mangia la notte?

«Temporaneamente. Per alcuni istanti, per qualche ora, la luce sovrasta il buio. Ma si tratta di una condizione transitoria e destinata a mutare sempre, una danza a cui non possiamo sottrarci e che contiene in sé una sua tragica bellezza».

Grazie per il tuo tempo e buona fortuna per tutti i tuoi progetti. Noi ci saremo sempre!


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