Città sommersa – Marta Barone

Cos’è il passato?

Una leggenda lontana? Un vuoto nella mente? Oppure un semplice oggetto raccolto lungo la strada?

Attraverso “Città sommersa” (edito da Bompiani, candidato al Premio Strega 2020 ed esposto alla “Città dei lettori” il 30 Agosto), Marta Barone ne porta in superficie molti, di passati. 

C’è il suo; quello del padre (L. B. per quasi l’intera narrazione); quello di una Torino degli anni ‘70, dove un ragazzo corre a piedi nudi e col sangue sulle mani.

E infine, c’è una Storia. Ma di chi?

Le storie

Questa storia ha due inizi: almeno due, perché, come tutto quello che ha a che fare con la vita, è sempre difficile stabilire cosa cominci e quando, quale vertigine di casi fortuiti esista dietro ciò che sembra avvenire all’improvviso, o quale viso si è girato verso un altro in un momento del passato dando il via alla catena accidentale di eventi e di creature che ci ha portato a esistere.

Marta, protagonista e voce narrante, verso la fine dei vent’anni e con un trasferimento a Milano sulle spalle, porta con sé quel sentimento di incompiutezza che accomuna molti suoi coetanei. Vaga per la città senza saper bene dove andare, o, forse, non vuole andare da nessuna parte.

Ma era difficile quel grande, improvviso dispiegamento di vuoto nei giorni normali. Una volta, a pranzo, piansi senza nessuna ragione mentre mangiavo pomodori datterini pescandoli dalla confezione di plastica.

Lavora per una casa editrice, ma, più che leggere libri altrui, ne vorrebbe scrivere di propri. Non ha un vero e proprio blocco dello scrittore: sa cosa vorrebbe scrivere, ma non come.

Tutto quello che facevo continuava ad avere una leggera sfumatura di irrealtà; mi sembrava sempre di recitare qualcosa che gli altri sapevano fare bene, o per cui erano naturalmente portati – la vita, immagino.

Aleggia poi il ricordo del defunto padre (L.B.), che, anche quando era in vita, non era comunque meno onirico ed evanescente.

E proprio come un fantasma del Natale passato, L.B. ritorna, portando la figlia in un lungo viaggio, fra il passato di lui e di lei.

È quando si scopre il motivo della sua incarcerazione che il padre prende forma. E lo fa nella sua stessa storia, fatta di passioni e ideali, sbagli e conquiste.

Il Barone

“No, non è una biografia. Non racconto della vita dopo, parlo solo di quei quindici anni, diciamo. È la storia di una caduta.”

Il secondo protagonista della storia è L.B., detto anche il “Barone” (soprannomi, il primo dato dalla figlia, il secondo usato nei suoi anni di militanza politica). In una narrazione dove il passato la fa da padrone, l’autrice alterna vari piani temporali (la giovinezza del padre, gli anni dell’attivismo politico e l’infanzia della protagonista) e va pian piano a disegnare il personaggio di L.B: bambino, militante, dottore, padre.

Tra me e lui c’era una distanza incolmabile, che avvertivo sempre più nitidamente man mano che smetteva di essere soltanto mio padre e diventava sopra ogni cosa il mio personaggio, il ragazzo del passato che ancora aveva soltanto un volto sgranato.

Via via che i tasselli si inseriscono ai loro posti, scopriamo assieme a Marta chi fosse davvero suo padre. Così “L.B.” o “il Barone” si slega da tutte le sue identità passate e diventa a tutti gli effetti “Leonardo”.

L.B. è la prima città sommersa che Marta fa emergere, i tetti e le cupole di una mitica Kitež scomparsa nelle acque del lago Svetlojar (leggenda vuole che la città a nord del Volga, per non essere attaccata dai Tartari, s’inabissò nel lago, scomparendo per sempre. Si narra che la città viva ancora nelle profondità e che solo ad alcuni, fortunati viandanti sia permesso di «udire il suono sordo delle sue campane».)

Torino sommersa

Grazie a L.B. e agli altri fantasmi del passato (Agata, Druina, Sebastiano), emerge anche Torino come terza protagonista del romanzo, aggiungendosi a Marta e L.B. .

Moltissimi sono gli eventi storici degli anni ’70 toccati dalla narrazione, dimostrando un’attentissima e delicata ricerca. Tuttavia, i fatti non vengono soltanto citati, ma anche raccontati. E così l’autrice fa immergere i suoi lettori in una storia nascosta, da scoprire.

Ogni sciopero, attentato o manifestazione, è pervaso una forza magnetica, un’emozione. Siamo anche noi membri di Prima linea; siamo anche noi davanti ai cancelli della Fabbrica; siamo anche noi a correre in mezzo alla notte.

Una Torino di piombo, ma anche di sangue.

Lo stile

Marta Barone costruisce il suo romanzo magistralmente. I periodi, nonostante siano particolarmente lunghi e ricchi di incisi, scorrono senza mai annoiare il lettore, neppure nelle parti storiografiche. Le immagini che l’autrice costruisce dimostrano un potere evocativo strabiliante, anche quando si riferiscono un semplice macchinario:

Le pale eoliche che si stagliavano sull’orizzonte – appariva lontanissimo, senza fine –, bianchi giganti malinconici e solenni che muovevano appena le braccia.

Era una creatura che veniva dal fondo degli incubi. Era tutta nera. Non aveva più vestiti, solo brandelli che gli ciondolavano addosso. Non aveva più capelli. Non aveva più faccia.

Un’esistenza emersa

A chi appartiene quindi la Storia?

Di chi è il passato?

Forse è di chi si immerge in una storia non sua per scoprire sé stesso e di chi fa riaffiorare il passato per definire la sua realtà. Esattamente ciò che fa l’autrice.

Una singolare nostalgia: più che del passato, di cose mai successe, di cose non ancora successe, di cose che forse avrebbero potuto succedere. Una nostalgia al futuro anteriore.

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