Tutto chiede salvezza – Daniele Mencarelli

La parola è il farmaco più potente

Lo so come ti senti, Daniele.

Ho provato quelle sensazioni: così dolorose che sembra di essere colpiti dentro l’anima, così forti che sembra sia un pugile a sferrare i colpi, così centrate che sembra ci sia un cecchino a prendere la mira.

La sofferenza che ne deriva è pece. E tutto sembra nero.

Mi ritrovo nuotatore sospeso nel mezzo di una fossa oceanica: io, puntino di vita senza approdo alcuno, sotto di  me chilometri di acqua nera, gelida, pronti ad abbracciarmi per sempre.

Chi non si è sentito così, almeno una volta, mente.

La storia

Per Daniele però, o chiunque sia il protagonista di Tutto chiede salvezza, non si tratta solo di momenti: l’oscurità è una condizione perpetua.

Da quando sono nato non ho fatto altro che portare disordine, un’esagerazione dietro l’altra, tutto un impulso sa seguire, nel bene come nel male. Non so vivere in un altro modo, non riesco a sfuggire a questa ferocia: se c’è una vetta la devo raggiungere, se c’è un abisso lo devo toccare.

E negli abissi Daniele piomba quando viene ricoverato per un TSO. Ha solo venti anni, ma ha già visto più medici di quanti alcuni ne vedano in tutta la loro vita – Sanfilippo, Lorefice, Castro, forse anche qualcun altro – e, a seguito dell’ennesimo scatto di rabbia durante il quale per poco non uccide il padre, cosa morta a terra, il Tribunale convalida la richiesta di cure obbligatorie.

Sconvolto, per quello che ha fatto e per le medicine prese, si risveglia in ospedale, in mezzo a due file di letti, circondato da una selva di occhi (oh Dante!): quelli di Madonnina, che parla solo per chiedere aiuto alla Santa Vergine; quelli di Alessandro, che guardano il vuoto; quelli di Mario, controfigura del chitarrista dei Queen; quelli di Gianluca, innamorato degli uomini e della vita; quelli di Giorgio, che rivivono il lutto della madre un taglio sul braccio alla volta.

Assieme, costoro, mostrandosi per quello che sono, divengono una famiglia.

Quei cinque pazzi sono la cosa più simile all’amicizia che abbia mai incontrato, di più, sono fratelli offerti dalla vita, trovati sulla stessa barca, in mezzo alla medesima tempesta, tra pazzia e qualche altra cosa che un giorno saprò nominare.

Eccoli, ognuno nel proprio angolo di stanza, indifesi di fronte alla propria condizione, di esposti alle intemperie, di uomini nudi e abbracciati alla vita, schiacciati da un male ricevuto in dono, i miei fratelli.

E il lettore conosce i corridoi bianchi dell’ospedale, l’aria fetida che vi circola, i comodini semivuoti dei pazienti, le minestrine di brodo servite da Pino, le mele cotte lasciate a Mario; vive la sofferenza e il dolore di questa parte di società emarginata di cui si parla poco e a cui si parla anche meno, perché si preferisce fare una veloce diagnosi e prescrivere pillole capaci di schermare invece di ascoltare, guardare negli occhi. Perché i matti, i malati, vanno curati, mentre le parole, il dialogo, è merce riservata ai sani.

Lo so come ti senti, Daniele.

Non è vero che non provi gioia. Non è vero che non provi contentezza. Non è vero che non sei felice.

Ma io non so infelice, non se tratta de felicità, me sembra d’esse l’unico a rendese conto che semo tutti equilibristi, che da un momento a un altro uno smette de respira’ e l’infilano dentro ‘na bara, come niente fosse, che er tempo me sembra come n’insulto, a te, a papà, e me ce incazzo. Ma io in certi momenti potrei accendere le lampadine co’ tutta la felicità che c’ho dentro, veramente, nessuno sa che significa la felicità come la so io.

Hai semplicemente capito che semo come ‘na piuma, e che basta ‘no sputo de vento pe’ portacce via.

Non sei né primo né l’ultimo a sentirti così: molti convivono con questa sensazione angosciandosi a dismisura e vivendo sul chi va là; altri si ispirano al caro e vecchio carpe diem e, quanto a me, anche io ho trovato rifugio, come te, nella scrittura, che non è un gioco, ‘na noia come me l’avevano sempre raccontato, ho capito che serve veramente, e che è l’unico mezzo che può raccontare quello che vedo, che mi esplode dentro.

Non credo sia un male: noi che non abbiamo alcun giubbotto antiproiettile calato sul cuore sentiamo di più, soffriamo di più, gioiamo di più, viviamo di più.

E in fondo, forse aveva ragione Mario a dirti curati. Chiedi aiuto quando serve. Ma lascia il tuo sguardo libero, non farti raccontare il mondo da nessuno.

Sai perché?

La nostra malattia si chiama salvezza.


Salvezza. Per me. Per mia madre all’altro capo del telefono. Per tutti i figli e tutte le madri. E i padri. E tutti i fratelli di tutti i tempi passati e futuri. La mia malattia si chiama salvezza, ma come? A chi dirlo?

Lo stile

In meno di duecento pagine l’Autore riesce a proporre un romanzo che resta dentro.

La dimensione, piuttosto esigua, appare come una decisione consapevole: ogni pagina è una stretta al cuore, l’angoscia aumenta riga dopo riga, notte insonne dopo notte insonne. Una storia più distesa avrebbe tolto densità alle emozioni e inceppato il ritmo che caratterizza ogni capitolo.

Il linguaggio è semplice e colloquiale, in linea con l’ambientazione e i personaggi, il protagonista in primis.

Quasi tutti i dialoghi sono costruiti utilizzando il dialetto romano, scelta da apprezzare, dato che ciò conferisce maggiore autenticità al libro e permette al lettore di calarsi completamente nella scena.

La punteggiatura e l’uso delle figure metaforiche è eccellente, non che mi sarei aspettata qualcosa di diverso da uno scrittore che cita Dante ogni volta che ne ha l’occasione: selva di occhi, occhi luciferini, girone infernale e che è riuscito a scrivere un romanzo proprio come fosse una poesia.

L’empatia muove la penna

Ma la punta di diamante di Tutto chiede salvezza sta nel contenuto della parola: per quanto la forma sia molto buona, il messaggio racchiuso supera il resto. È potente, cruda, reale.

Non sto dicendo che non esista la malattia mentale, ci mancherebbe, ho conosciuto squilibrati da mettere i brividi, gente che godeva del dolore altrui. Ma oggi non si cura più solamente la malattia mentale, oggi è l’enormità della vita a dare fastidio, il miracolo dell’unicità dell’individuo, mentre la scienza vorrebbe contenere, catalogare.

Mai avevo trovato così tante frasi da sottolineare all’interno di un libro per bellezza linguistica e capacità emotiva.

Per ora riesco a nascondere le ferite che la vita mi procura, ma non riuscirò a farlo per sempre.

Semmai è da pazzi pensare che un uomo non debba mai andare in crisi.

Quello che voglio per tanto non è stato semplice da dire, tentavo di spiegarlo con concetti complicati, ho trascorso questi primi vent’anni di vita a studiare le parole migliori per descriverlo. E di parole ne ho usate tante, troppe, poi ho capito che dovevo procedere in senso contrario, così, di in giorno, ho iniziato a sfilarne una, la meno necessaria, superflua.

Oggi so che non sono io a vedere grandi le cose, ma sono loro a esserlo, io mi limito a guardarle nella loro reale dimensione. Ogni singola giornata è costellata di azioni, visioni, degne di un’epopea straordinaria

La penna di Mencarelli è affilata e pungente:  la storia diventa reale, i personaggi compagni visibili e le paure mostri tangibili.

È vero, tu sei bipolare, io psicotico, dico solo che a essere sbagliato è il punto di partenza della scienza, è la stima iniziale rispetto a cosa sia l’uomo, l’universo, è lì la loro miopia.

Autore

Mencarelli, nato a Roma agli inizi degli anni ’70, esordisce nel panorama letterario come poeta con I giorni condivisi, Bambin Gesù ospedale pediatrico, Guardia Alta, figlio, La croce è una via, Storia d’amore. Più tardi si affaccia alla narrativa con Luci di Natale, La casa degli sguardi.

Con Tutto chiede salvezza, edito da Mondadori nel 2020, Daniele Mencarelli conquista il premio Strega giovani settima edizione con 64 preferenze su 344 voti espressi.

Quanto a me, ho scoperto Daniele Mencarelli perché ospite de “La città dei lettori“, lo ammetto. Mai e poi mai sarei stata attratta da un libro la cui copertina trasmette angoscia e sofferenza sin dal primo sguardo.

E avrei fatto male, perché Tutto chiede salvezza è un romanzo che tutti dovremmo leggere per comprendere i sentimenti e le emozioni in cui si incappa per forza nella vita. E sentirsi meno soli e meno sbagliati.

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