Il colibrì – Sandro Veronesi

Il colibrì (edito da La nave di Teseo) è l’ultimo romanzo di Sandro Veronesi, vincitore del Premio Strega 2020.

L’autore sarà ospite de “La città dei lettori” il giorno 28 agosto.

Pochi libri come questo polarizzano il dibattito culturale: c’è chi l’ha amato alla follia e chi, invece, non è riuscito finirlo.

In quale categoria mi iscrivo? Beh …

La storia

Marco Carrera, il protagonista del romanzo, è molte cose: oculista, padre, marito, fratello, figlio, amante. È un uomo come tanti, insomma, ma ha la caratteristica di essere immerso in un’esistenza intrisa di dolore e sconfitta.

Le sfide che la vita gli pone dinanzi, che fanno pensare più alla Passione che alla formazione, lo attraversano, ma lo trovano sempre in qualche modo preparato.

Quando lo psicologo gli rivela che il suo matrimonio è finito, quando la sorella si suicida, quando il suo amore storico non lo corrisponde, quando il fratello si allontana, Marco abbraccia gli eventi, poi sveste i panni del lutto e si mantiene saldo nel suo attaccamento alla vita.

Perché anche nella situazione più disastrosa, i desideri sopravvivono. Siamo noi che li censuriamo. Quando siamo colpiti dal lutto censuriamo la nostra libido, mentre è proprio quella che può salvarci. Ti piace giocare a pallone? Giocaci. Ti piace camminare in riva al mare, mangiare la maionese, dipingerti le unghie, catturare le lucertole, cantare? Fallo. Questo non risolverà nemmeno uno dei tuoi problemi ma nemmeno li aggraverà, e nel frattempo il tuo corpo si sarà sottratto alla dittatura del dolore, che vorrebbe mortificarlo”.

Di qui il paragone con il colibrì, sostenuto anche dalla bassa statura che Marco ha mantenuto fino alla pubertà:

“Tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo. Settanta battiti d’ali al secondo per rimanere dove già sei. Sei formidabile, in questo. Riesci a fermarti nel mondo e nel tempo, riesci fermare il mondo e il tempo intorno a te, certe volte riesci addirittura anche a risalirlo, il tempo, e a ritrovare quello perduto, così come il colibrì è capace di volare all’indietro”.

Si muove incessantemente Marco Carrera e lo fa per rimanere fermo o, comunque, per cadere senza farsi troppo male.

Intorno a lui, gravitano personaggi profondi, non meno pieni di vita e contraddittori.

L’ex moglie Marina, hostess soggetta ai crolli nervosi. Lo psicologo di lei, il dott. Carradori, futuro compagno di vita di Marco. Il fratello Giacomo, distante dal punto di vista sentimentale prima che geografico. La sorella Irene, imprigionata in una vita non sua. Duccio Chilleri, l’Innominabile. Il padre Probo, ingegnere che colleziona i romanzi della collana Urania. La madre Letizia, architetta snob.

La figlia Adele, che da piccola ha un filo attaccato alla schiena, bellissima e sfortunata.

E soprattutto, Miraijin, la nipote, l’uomo nuovo, colei ridarà speranza a Marco, quando sembra che tale parola non possa più illuminare le sue giornate.

Se cercate un colpo di scena, un intreccio devastante e sconvolgente, questo non è il libro per voi. Qui Paulo, maiora canamus: parliamo di un romanzo con uno stile talmente originale e coinvolgente che lascia senza parole. E questo va oltre la fabula e l’intreccio.

Lo stile

Molti non hanno apprezzato lo stile di questo romanzo, che in effetti è molto particolare. Il colibrì è come il tartufo o la bottarga: o li ami o li odi. Non c’è possibilità di mediazione.

Il romanzo copre l’intera vita di Marco Carrera, dagli anni ’70 fino al 2030, ma lo fa in modo frammentato e decomposto. La storia è disorganica e destrutturata, riepilogata e confusa da una serie di flashback e flashforward sapientemente inseriti.

Come si fa a raccontare lo scoppio di un grande amore quando si sa che è finito a schifo? E come si fa a ritrarre quello dei due che viene ingannato – perché già all’inizio c’è un inganno – senza che sembri uno stupido?”.

Nessun capitolo è uguale all’altro. L’autore fa uso di mail, messaggi, elenchi, racconti e ricordi. Non segue un criterio cronologico, inteso come procedere in avanti del tempo, ma lascia che il lettore ricostruisca, pezzo per pezzo, la storia.

Storia che, personalmente, ho trovato molto ritmica all’inizio, molto toccante alla fine; prolissa in alcuni punti, comica in altri. Questa incoerenza ritmica di fondo, alla fine, risulta coerente con la fuggevolezza della trama e con il suo essere liquida. Ce lo dice lo stesso autore, non senza una certa ironia:

Dovrebbe essere noto – e invece non lo è – che il destino dei rapporti tra le persone viene deciso all’inizio, una volta per tutte, sempre, e che per sapere in anticipo come andranno a finire le cose basta guardare come sono cominciate”.

I periodi sono lunghi – alcuni lunghissimi – ma mai poco chiari o disorientanti.

L’autore, infine, dissemina una serie di citazioni, più o meno velate. Si tratta di riferimenti a generi alti (es. Vargas Llosa, Baldine Saint Girons), quasi didascalici, ma anche di citazioni più “popolari” (es. zingarate, luccicanza, De Andrè).

Cosa no per me

Il colibrì è un romanzo da leggere, vero e profondo e, al tempo stesso, onirico e surreale.

Personalmente, non ho apprezzato la presenza di alcuni cliché, come la moglie bella e pazza, il buen retiro toscano e l’amore parigino. Il rischio è quello di cadere in stereotipi che ammiccano a un certo mondo alto-borghese poco originale, dal mio punto di vista.

Altra cosa che mi ha forse infastidito – ma devo ancora deciderlo – è il sorvolare certi temi giganteschi, senza approfondirli. Forse materie come l’eutanasia e l’ecologismo meritavano qualche parola in più. Ma forse no e, in ogni caso, siamo nell’ambito della discrezionalità dell’autore.

Una cosa che mi ha fatto agitare i pugni verso il cielo è stata il riferimento al concetto di “resilienza”, parola brutta e abusata. Alziamo il pugno e chiamiamola resistenza, perdio!

Quindi

Quindi “Il colibrì” non è un libro facile. E non lo è perché non che cerca il consenso.

Non dà al lettore ciò che naturalmente è portato a volere, ma procede secondo un ritmo suo proprio e secondo regole sperimentali.

Quello che resta è la profondità dell’introspezione e dei sentimenti.

C’è tanta morte intorno a Marco Carrera, ma anche tanta vita. Il lettore lo comprende perché vive le stesse esperienze.

Ci vuole equilibrio per rimanere fermi. Marco Carrera lo sa e ora lo sappiamo anche noi.

Preghiamo per lui e per tutte le navi in mare”.

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