Il giorno mangia la notte – Silvia Bottani

Il giorno mangia la notte, edito da SEM, è il romanzo che segna l’esordio di Silvia Bottani.

E che esordio!

Prima di iniziare, però, segnalo questo divertente post scritto da Giudittalegge, che contiene 10 motivi per non leggere questo libro. Vi segnalo che, inoltre, l’autrice sarà presente a “La città che legge” (scopri come partecipare, anche a distanza).

Poi non dite che non vi avevo avvisati.

La storia

Le vite di tre sconosciuti si intrecciano in una Milano in pieno mutamento, capace di rari squarci romantici e quotidiana ferocia.

Giorgio è un uomo di cinquantacinque anni che soffre di ludopatia. Ex pubblicitario rampante, oggi è un uomo cinico, cocainomane, dipendente dall’alcool ed è ancora innamorato della sua ex moglie.

Naima è una bellissima ragazza di venticinque anni, italiana con origini marocchine, che pratica la kick boxe e lavora come insegnante di sostegno in una scuola elementare.

Stefano, invece, è il figlio di Giorgio, un ventottenne pugnace, praticante avvocato e militante neofascista.

A seguito di una rapina improvvisata in cui perde la vita la madre di Naima, le vite dei tre protagonisti si incrociano, grazie a una serie di eventi che li costringeranno a fare i conti con gli aspetti più oscuri di sé e con le conseguenze di un gesto insensato. Sullo sfondo di una città in cui il conflitto sociale cresce come una febbre, vittime e colpevoli sono risucchiati nello stesso gorgo, attraverso tentativi di riscatto sociale, pregiudizi e violenza, fino all’accettazione di un’umanità piena di contraddizioni e un’impossibile catarsi.

La costruzione, i personaggi e lo stile

Il romanzo è costruito divinamente: l’asse portante della fabula è rappresentato dalla vicenda della morte della madre di Naima, ma, attorno a esso, si dipana una serie di sottotrame, che l’autrice utilizza per introdurre temi socio-politici d’attualità.

Così, attraverso le azioni, i pensieri e le parole di Stefano si affronta il problema dei movimenti neofascisti; attraverso Naima, si accende la luce sul tema degli italiani di seconda generazione; attraverso Giorgio, invece, si riflette sulla ludopatia e sull’alcolismo.

Il ritmo è sostenuto fin dal principio (mai confusionario), anche grazie alla suspance che l’autrice riesce a creare alla fine di ogni capitolo.

I personaggi sono solidi e coerenti e ognuno di essi subisce un’evoluzione che è, in qualche modo, sia positiva che negativa. Da questo punto di vista, il personaggio di Giorgio, il quale colleziona dipendenze e fallimenti, rappresenta un’eccezione, poiché è descritto in modo quasi macchiettistico, cosicché arriva ad atteggiarsi a modello negativo assoluto.

La narrazione è arricchita da una prosa matura, che fa ampio uso di dialoghi diretti e di termini popolari, senza mai scadere nella banalità.

La descrizione Milano

Il romanzo è ambientato in una Milano soffocante, descritta in maniera bellissima e impietosa.

I motivi liberty distinguevano le case dell’alta borghesia dai palazzi popolari, dove antenne paraboliche e tende verdi sbiadite coprivano balconi stipati di cianfrusaglie ed erano gli unici ornamenti, a parte scritte inutili, i cazzi, le frasi d’amore iperboliche. Il vuoto architettonico delle case dei poveri rinfacciava al mondo la propria miseria”.

La decadenza dell’hinterland milanese, “con i capannoni ai lati della strada e pezzi di verde stinto” richiama quella interiore dei personaggi.

I luoghi sono descritti in maniera angosciante, come se esistesse una forza oscura che, piano piano, ingloba tutto e tutti:

Gli enormi spazi erano tratti di savana cementificata; assiderati d’inverno e cocenti durante l’estate, non erano mai stati pensati a misura d’uomo. Le merci transitavano in una quotidiana transumanza, ripetendo sempre le stesse geometrie e seguendo gli stessi camminamenti”. 

Il legame tra Milano e i personaggi è così stretto che, spesso, le relative descrizioni si mescolano e si confondono:

Non c’era soluzione di continuità tra i palazzi signorili, quelli popolari e gli spazi del dolore, gli uni erano cresciuti appoggiandosi agli altri, muro a muro, rantoli e amplessi, aperitivi infiniti e sindromi neurodegenerative, le fosse comuni della peste e le copisterie degli avvocati”.

Il colore nero

Il nero è il colore dominante del romanzo: nero è il sogno neofascista di Stefano e del suo amico Bufalo; nero è il colore della pelle di Naima; nero è il futuro di Giorgio.

Tutti sono impegnati ad avanzare “composti verso il precipizio”.

L’acqua era nera, nero il cielo e l’erba sui fianchi delle rive, ma anche l’aria e i loro profili ritagliati dalla luce dei lampioni. Naima (…) provò a raccogliere tutti i neri visti e immaginati. Quando finì, si erano sciolti in un unico buio notturno, un’oscurità pacifica dentro alla quale riposare, almeno per un po’”.

La sensazione di angoscia avvolgente ci accompagna fino alla fine del romanzo, che, come le storie dei suoi protagonisti, finisce senza finire. Meravigliosamente. 

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