I leoni di Sicilia – Stefania Auci

C’è un rimpianto che le causa una stretta allo stomaco. «Noi li chiamiamo ricordi, ma siamo bugiardi», continua con un filo di voce. «Cose come questo scialle o il tuo anello» – indica la fede di oro battuto appartenuta a Ignazio – «sono ancore per una vita che se ne va».

Quando ho iniziato a leggere questo libro ero alquanto titubante, per non dire diffidente. Credevo si trattasse di un romanzo storico come tanti. Un amico che lo aveva letto, non sapeva ben decifrarlo; un altro, mi diceva addirittura che non era riuscito a terminarlo. Il mio scetticismo era accresciuto dal fatto che le mie letture abituali sono, di fatto, di un genere opposto.

Come spesso mi capita quando ho il coraggio di uscire dalla mia comfort zone letteraria, mi sono ricreduta ampiamente. Anzi, mi sono letteralmente innamorata della famiglia Florio e, a rischio di sembrare una quattordicenne davanti al suo cantante preferito, dell’autrice. E della sua scrittura, si intende.

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L’incipit

Il colpo di fulmine è partito sin dall’incipit che, come nelle migliori opere, cattura immediatamente l’attenzione del lettore, anticipando ciò che verrà dopo senza svelare nulla.

Il terremoto è un sibilo che nasce dal mare, s’incunea nella notte. Gonfia, cresce, si trasforma in un rombo che lacera il silenzio”.

Non ricordo l’ultima volta che ho letto un incipit così potente.

Con questa frase e, tutto sommato, poche parole, Stefania Auci introduce il pubblico alle gesta dei Florio.

La storia

Siamo davanti al mar Tirreno, a Bagnara Calabra a fine Settecento, in un comune troppo piccolo per l’ambizione di Paolo Florio che, stanco di essere u bagnaroto, assieme a sua moglie Giuseppina, i loro figli e il fratello Ignazio, abbandona la propria terra e la sorella Mattia, con la speranza di soddisfare la sete di successo nella vicina Sicilia.

Perché la Sicilia è un’altra terra, un mondo a parte che non ha nulla a che fare con il Continente”.

La famiglia Florio sbarca così a Palermo e, anche se con difficoltà, apre l’aromateria che, fra maldicenze e occhiatacce dei compaesani, diviene un punto di riferimento per la città che ne osserva stupita l’espansione.

Adesso è scritto nelle lettere di cambio e sui documenti, sui contratti che sottoscrivono i negozianti che hanno provato la bontà delle merci e che sono tornati ad acquistare da loro”.

Paolo e Ignazio sono lungimiranti: capiscono che possono avere di più, vogliono avere di più. Sono venuti via da casa loro per quello. Il destino li ascolta e loro – che sanno che non basta avere i soldi per fare un’impresa – hanno il coraggio che serve per passare dalla putìa, una botteguccia di spezie, ad una aromateria di cui tutta Palermo è cliente.

Cannella, pepe, cumino, anice, coriandolo, zafferano, sommacco, cassia…
No, non servono solo per cucinare, le spezie. Sono farmaci, sono cosmetici, sono veleni, sono profumi e memorie di terre lontane che in pochi hanno visto”.

L’ascesa sociale della famiglia Florio sul capoluogo siculo è narrata egregiamente: si cammina fra i vicoli della città, si vedono le viuzze e le loro case, si sentono le parole che i personaggi pronunciano, come cambia il pensiero della gente nei confronti di quei calabresi che si sono imposti sul territorio e come chi ha sangue blu continui a guardarli dall’alto in basso, anche quando coloro che hanno il sangue che puzza di sudore divengono Don Paolo e Don Ignazio.

Non se lo spiegano, si dice, osservandoli con la coda dell’occhio. Non riescono a capire come sia arrivato fin qui. Ma come possono capirlo? Sono aristocratici, loro. Hanno alle spalle secoli di privilegi. Nobili di sangue che non disdegnano di mescolarsi a chi ha fatto i soldi, come me; che provano a buttarsi nel commercio. Ma a guardarmi in maniera diversa non ce la fanno”.

Io ero lì

Nel romanzo si vivono da vicino le vicende e i gli intrecci privati che scuotono la famiglia Florio.

Ero lì quando Paolo è morto e Vincenzo lo ha realizzato.

All’improvviso, l’assenza si dilata fino a travolgerlo. Scappa, Vincenzo, con gli occhi pieni di lacrime, i piedi che scivolano sulle pietre. Corre via da quella casa, illudendosi di poter lasciare indietro lo strazio che lo sta schiacciando”.

Ero lì quando Ignazio ha preso le redini dell’attività insegnandola a Vincenzo, suo figlio non di carne, ma di anima.

Ero lì quando Ignazio e Giuseppina si scoprivano tacendo quello che non potevano avere finendo comunque con il vivere insieme, in povertà e ricchezza, in salute e in malattia.

“Ciò che prova per Giuseppina non ha più il sapore della passione., è qualcosa che ricorda la dolcezza delle sere d’autunno, con la consapevolezza che l’estate è alle spalle e che l’inverno attende dietro la porta”.

Ero lì quando Vincenzo seduceva Giulia.

Mette le mani sue per fermarlo. Ma il suo è un «no» fragile. Giulia non vuole, se ne rende conto e non riesce a capire perché. Oppure lo sa, e ne ha vergogna, perché adesso risponde al bacio, a quelle carezze. È lui che comanda, è Vincenzo che decide quando lasciarla andare”.

Ero presente nelle cantine Florio, vicino alla sabbia, che regala quel sapore secco, quell’incertezza che confonde, quel gusto appena accennato di mare a un vino che, diversamente, sarebbe un vino dolce come tutti gli altri.

Lo sviluppo e i personaggi

Ogni personaggio de I leoni di Sicilia ha un ruolo e una funzione. Le comparse, come i genitori di Giulia o la nobildonna di cui si innamora Vincenzo da giovane, sono presenti solo quando la storia lo richiede e, esaurito il momento, se ne vanno con delicatezza. Per ogni personaggio si nota un’evoluzione che è coerente, colpendo il lettore per l’umanità che ci vede facendolo immedesimare, anche quando non approva le scelte dei personaggi stessi.

La trama è densa di eventi, ma non si ha difficoltà nel seguirla, tanto più che gli intrecci sono accompagnati da riferimenti storici che li contestualizzano e li fanno vivere con maestria.

Lo spirito indipendentista del governo siciliano – ,mirato a restaurare il Regno di Sicilia – si scontra ovviamente con i Borbone, che approfittano delle discordi tra le città siciliane (soprattutto tra Palermo, Messina e Catania) e hanno buon gioco a reprimere la rivolta nel sangue”.

Vita e storia sono i portenti di quest’opera che è divenuta un best seller mondiale con oltre quattrocentomila copie vendute in Italia e già pubblicato negli USA, in Olanda e Spagna.

La ricerca e lo studio compiuti dall’autrice per la stesura del romanzo si percepiscono in ogni riga. Ed è da segnalare anche la padronanza del linguaggio e del lessico: sempre appropriato e coinvolgente.

Da valorizzare poi il fatto che sebbene il libro sia pieno zeppo di intrecci e storie, di vite, appunto, e di eventi storici, mai l’autrice cade nella trappola dell’infodumping: il lettore sa quanto occorre per seguire il libro senza sentirsi spaesato o subissato di nozioni.

Sebbene la narrazione sia piuttosto semplice, l’evoluzione sociale delineata si comprende bene e si può apprezzare la modernità della storia di una famiglia che è migrata da una zona dove opportunità non ce ne erano per giungere ad una terra di promesse e possibilità, quanto meno per l’epoca.

Un solo errore

Insomma non un errore trovato in questo romanzo che si è affacciato nel panorama letterario con garbo e umiltà, se non quello che possono compiere solo gli scrittori più grandi: far intristire il lettore quando sfoglia l’ultima pagina.

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