Le coordinate della felicità – Gianluca Gotto

Alla fine i sognatori ce la fanno sempre, se non smettono di crederci.

Vi siete mai sentiti infelici per quello che fate tutti i giorni?

Avete mai pensato di stare sprecando tempo?

Insomma: vi siete mai sentiti in gabbia?

Gianluca Gotto conosce bene la sensazione (e chi non la conosce!), avendola messa nero su bianco nel suo libro edito da Mondadori.

L’autore, in particolare, ha iniziato a nutrire questi sentimenti poco dopo aver iniziato l’università, rendendosi conto che proseguire gli studi avrebbe significato perdere tempo.

“Perché?” direte. Perché quel tempo lo stava utilizzando per ascoltare lezioni e imparare qualcosa di cui non gli interessava assolutamente nulla. Perché terminare quel percorso di studi, lo avrebbe portato probabilmente a laurearsi e a trovare un lavoro (a tempo indeterminato mi raccomando… che gli altri non garantiscono una sicurezza economica). Perché se fosse rimasto a Torino seguendo questo copione scritto da luoghi comuni e tradizioni che ormai devono essere superate, adesso Gianluca starebbe ancora fissando l’orologio pensando che il modo in cui stava vivendo non era quello giusto. E lo avrebbe rimpianto.

Ogni giorno, quando tornavo a casa, pensavo sempre alla stessa cosa: Così non va, non può andare. Tentavo disperatamente di soffocare la vocina che mi implorava di agire, quella che nasceva da qualche parte dentro di me e che mi faceva paura, perché temevo che avesse ragione. Preferivo non ascoltarla invece di affrontare la realtà dei fatti.

Sei infelice, mi diceva. Cambia. Fallo per te.

Non temete­: l’autore lo ha fatto. Ha cambiato vita. E all’interno di Le coordinate della felicità, libro autobiografico, parla proprio di questo.

Gianluca, lo chiamo per nome come se fosse un amico perché così mi hanno fatto sentire queste pagine, racconta di come sia partito alla ricerca dell’unica destinazione per cui non esiste aereo o mezzo, se non si ha con sé il passaporto della voglia di cambiare. Ad ogni costo.

Partito da Torino, vola in Australia – schema delle fughe 2.0, lo ammetto – dove prepara caffè e cappuccini, dividendo una casa con altri ragazzi e dormendo spesso in auto.

Per la prima volta supera le sue paure, prova gioia per il lavoro che fa perché, ancora per la prima volta, riesce a mantenersi da solo, imparando a farsi i conti in tasca. Conosce nuova gente, impara che non tutti i valori sono perduti e riscopre la bellezza della vita sotto un cielo di stelle.

Uscii dalla porta sul retro con quei pensieri in testa e mi fermai a guardare il cielo stellato. Era infinito e luminoso. Mi sentivo piccolo ma pieno di vita. Ascoltare un percorso come quello di Davide mi aveva aperto gli occhi su tanti aspetti, ma su uno in particolare: la felicità esiste e ognuno di noi ha il diritto di andare a prendersela.

Scaduto il visto, Gianluca torna in Italia, si rende conto della distanza che c’è fra la vita che avrebbe dovuto fare qui e quella che vuole costruire. Le settimane che trascorre nel Bel Paese gli confermano di aver fatto bene ad abbandonarlo.

Riparte, ma stavolta cambia emisfero e si reca in Canada. Anche qua lavora tanto per mantenersi, ma non gli pesa. Sebbene non svolga un comodo lavoro d’ufficio, perché fa il panettiere e quindi lavora di notte è soddisfatto delle ore che impiega a lavorare e del tempo libero che gli rimane.

Il tempo. Già. Non dei soldi che guadagna, ma del tempo. L’unico bene che, una volta perduto, non si può riacquistare. In nessun modo. L’unico bene necessario per poter essere libero. Che poi solo la libertà è vera ricchezza vera.

Quando troviamo un lavoro siamo euforici, mi resi conto, perché non pensiamo ad altro che al denaro che guadagneremo. Ma in realtà si tratta di un’illusione, forse la più grande illusione dei nostri tempi nei quali ognuno di noi ha possibilità pressoché infinite. La verità è che mentre insegui il denaro, il tempo passa inesorabile.

Gianluca comprende che, per essere felice, deve poter lavorare liberamente. E per lui libertà significa viaggiare, conoscere, vivere. Così, contro ogni prognostico, trova un modo per farlo: diventa nomade digitale e continua a esplorare angoli di mondo fino a quel momento sconosciuti, ritagliandosi poche ore al giorno per lavorare, godendosi la libertà di fare quello che vuole in tutte le altre, trovando, finalmente, le sue coordinate della felicità.

E se mi avessero detto che avrei potuto lavorare in viaggio, guadagnandomi da vivere da qualsiasi parte del mondo, li avrei presi per pazzi. Invece è successo davvero.

L’Autore utilizza un linguaggio semplice e diretto, andando a colpire quel punto che lui stesso individua fra la testa e il cuore “dove iniziano le rivoluzioni personali di ciascuno di noi”.

Racconta le sue avventure – e quelle della compagna Claudia – in prima persona, riuscendo a descrivere perfettamente non solo i luoghi visitati, ma anche i sentimenti provati, permettendo al lettore di riflettere e ritrovarsi nelle parole che legge.

Certo, non si tratta di una prosa aulica che lascia senza parole, ma la sintassi è sempre corretta e il libro è coerente, scorre a ritmo scandito, pur lasciando il tempo di assaporare ogni parola. Si percepisce che chi scrive, legge tanto.

Le comparse che figurano sono definite al punto giusto senza rubare spazio a ciò che davvero emerge nel libro, ossia l’introspezione. L’analisi che Gianluca ha compiuto su se stesso e che spiega senza troppi giri di parole.

Cosa serve essere per felici? Solo il coraggio.


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