Cambiamenti climatici, o quando un libro provoca sensi di colpa

Vi siete mai trovati nella situazione in cui un libro vi provoca un senso di colpa così intenso da farvi pensare che la vostra vita stia andando in una direzione sbagliata? Oppure da farvi riflettere così intensamente sulle vostre scelte e suoi vostri modi operandi che vi rimane difficile addormentarvi?

Beh, a me sì. E mi è successo leggendo l’ultimo libro di Jonathan Safran Foer, che si intitola “Possiamo salvare il mondo, prima di cena (Perché il clima siamo noi)”.

Premessa metodologica: condizioni di sanità mentale di base

Premetto che lo scrivente è dotato di una sensibilità ballerina che si attiva, però, in maniera decisa quando si toccano due argomenti: i disturbi psichici e i cambiamenti climatici.

Non è raro, infatti, che io smetta di leggere un libro, o di guardare una serie TV o un film perché non riesco a sostenere la pressione che l’argomento trattato esercita sui recessi più oscuri della mia mente.

L’ultimo episodio di questo tipo si è verificato a causa della mia scarsa tenuta mentale (riassumibile con il concetto: “i pazzi mi fanno sentire pazzo”) è stato l’abbandono della serie “Undone”. Si tratta di un prodotto della scuderia Amazon Prime abbastanza di nicchia (“di nicchia” nel senso che l’abbiamo visto io e altre 3 persone, e io neanche per intero).

Immagine tratta dalla locandina della serie TV targata Prime Video.

La serie, per l’appunto, tratta del tema della salute mentale, collocandosi al confine con il paranormale. E lo fa in un modo così intenso, credibile e coinvolgente, che, dopo una notte quasi in bianco, ho dovuto abbandonare la serie.

Memore di tale spreco di tempo e di energie mentali, ho concentrato tutto il mio impegno nella lettura del libro di Jonathan Safran Foer, anche se c’erano tutte le premesse del crollo nervoso, trattandosi di uno scritto riguardante la crisi climatica.

L’opera e il suo valore aggiunto

Comincio col dire che il testo di cui sto trattando non mi è piaciuto particolarmente, a causa di una prosa faticosa e di una tecnica di intreccio, riproposta sostanzialmente all’interno di ogni capitolo che, a mio avviso, non funziona bene.

Altra scelta non convincente è stata quella di inserire, nell’ambito di uno scritto di taglio saggistico, una serie di aneddoti familiari o comunque personali, che spesso hanno un legame molto relativo con il concetto che si vuole esprimere in quel particolare capitolo. Ho avuto più volte l’impressione che l’autore inserisse certi riferimenti a episodi (familiari e non) soltanto perché voleva in qualche modo parlarne, non già perché aggiungessero qualcosa di concreto in termini di elaborazione del pensiero o come riscontro a certe opinioni sostenute nel testo.

Insomma, non è il mio libro preferito.

Tuttavia, il testo ha il merito di trattare il tema dei cambiamenti climatici secondo una prospettiva a tratti originale e, in tale contesto, di sostenere alcune tesi che ho trovato particolarmente interessanti.

La (mancata) percezione dell’urgenza del problema climatico

Innanzitutto, l’autore dedica diverse pagine a rispondere a una domanda che io mi sono fatto per anni:

Perché la gente non percepisce l’urgenza dei cambiamenti climatici?

La risposta di Foer è stata per me illuminante:

Oltre a non essere una storia facile da raccontare, la crisi del pianeta non si è dimostrata una buona storia. Non solo non riesce a convertirci, non riesce neppure a interessarci. Affascinare e trasformare sono le ambizioni primarie dell’attivismo e dell’arte, motivo per cui il mutamento climatico, come argomento, se la cava così malamente in entrambi i settori”.

In letteratura, prosegue Foer, i cambiamenti climatici occupano uno spazio ancora minore rispetto a quello che sono riusciti a conquistarsi nel dibattito culturale complessivo e, in ogni caso, non si riesce a uscire da una lettura stereotipata e manichea in termini di dramma apocalittico e compagnie petrolifere cattive. Insomma, in definitiva:

Sembra impossibile descrivere la crisi del pianeta – astratta ed eterogenea com’è, lenta com’è e priva di momenti emblematici e figure iconiche – in un modo che sia al tempo stesso veritiero e affascinante”.  

E ancora:

Il problema della crisi del pianeta è che si scontra con una serie di pregiudizi cognitivi innati correlati all’apatia. Anche se molte delle calamità che accompagnano i cambiamenti […] sono vivide, personali e fanno pensare a una situazione in via di peggioramento, nel loro complesso non danno questa sensazione. Danno la sensazione di essere astratte, lontane e isolate […]“.

Allora come dare torto a Oliver Burkeman del Guardia:

Se una cricca di psicologi malvagi si fosse radunata in una base sottomarina segreta per ordire una crisi che l’umanità sarebbe stata irreparabilmente preparata a fronteggiare, non avrebbe potuto escogitare di meglio dei cambiamenti climatici”.

È vero che chi nega i cambiamenti climatici rifiuta conclusioni che sono sostenute dal 97% della comunità scientifica, ma, di fronte alla nostra inazione, si è quasi portati a chiedere a noi stessi se ci crediamo veramente! Credere, infatti, dovrebbe avere come controcanto l’azione. Noi, invece, non facciamo nulla, a parte balbettare.

E perché? Semplice: perché il nostro sistema d’allarme non si attiva con le minacce concettuali. Abbiamo bisogno di vedere il sangue, prima di darci una scossa.

Lo sapevi?

Di seguito altri dati e concetti che mi hanno impressionato molto:

  • Stiamo assistendo alla sesta estinzione di massa, indicata spesso come “estinzione dell’Antropocene”, la prima determinata da un animale e non da eventi naturali (l’attività umana è responsabile del 100% del riscaldamento globale avvenuto dall’inizio della rivoluzione industriale).
  • Dall’avvento dell’agricoltura (circa 12000 anni fa), gli esseri umani (che rappresentano lo 0,01% della vita sulla terra) hanno distrutto l’83% di tutti i mammiferi selvatici e circa il 50% delle piante.

Maledette mucche

Il cuore della trattazione di Foer è rappresentato dalla tesi secondo la quale i principali responsabili dei cambiamenti climatici sono dei soggetti che, in genere, sono considerati “buoni” nell’ambito della dicotomia cui si faceva riferimento in precedenza. In particolare, il riferimento è agli allevamenti intensivi, responsabili, secondo uno studio particolare citato dall’autore, del 51% delle emissioni nocive nella nostra atmosfera. I ricercatori del Worldwatch Institute hanno stimato che il bestiame è responsabile di 32.564 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 all’anno, ovvero più di tutte le macchine, gli aerei, i palazzi, gli impianti nucleari e l’industria messi insieme!

Alcuni numeri sono significativi:

  • Il 59% di tutta la terra coltivabile è utilizzata per far crescere foraggio destinato al bestiame; l’allevamento è responsabile di circa l’80% della deforestazione (91% per quanto riguarda la foresta amazzonica), determinata dalla necessità di ottenere terreno per la produzione di foraggio o per il pascolo del bestiame; inutile ricordare che la deforestazione nelle regioni tropicali introduce nell’atmosfera più CO2 della somma totale delle macchine e dei camion in circolazione;
  • Un terzo di tutta l’acqua potabile utilizzata dall’uomo è destinata al bestiame;
  • Il 70% degli antibiotici prodotti sono utilizzati per il bestiame, cosa che, peraltro, riduce l’efficacia degli antibiotici anche per l’uomo;
  • Il 60% di tutti i mammiferi presenti sulla Terra sono animali allevati a scopi alimentari;
  • Ci sono 30 animali allevati per ogni essere umano.
  • L’allevamento animale è responsabile del 37% delle emissioni antropiche di metano e del 65% di quelle di protossido di azoto (rispettivamente il secondo e il terzo gas serra più presente in atmosfera dopo la CO2);
  • Se le mucche fossero un paese, sarebbero il terzo paese al mondo per emissioni di gas serra (dopo USA e Cina).

Alla disumanità dei metodi di allevamento (v. “debeccamento” del pollame, che consiste nella rimozione del becco tramite una lama rovente, per evitare beccature violente e cannibalismo) fa riscontro un modo disumano di mangiare, da parte nostra.

Abbiamo veramente bisogno di allevare 23 miliardi di polli per sfamarci (la massa totale dei polli allevati è superiore a quella di tutti gli altri uccelli della Terra)?

A dire la verità, come riconosce lo stesso autore, non è chiaro se l’allevamento sia una delle cause principali dei cambiamenti climatici, oppure la causa principale. Quello che è certo è che non possiamo occuparci di cambiamenti climatici senza occuparci del tema dell’allevamento e senza cambiare radicalmente il nostro paradigma alimentare.

In altre parole, non sappiamo se cambiare le nostre abitudini alimentari sarà sufficiente a salvare il pianeta, ma è certo che non possiamo salvare il pianeta senza cambiare le nostre abitudini alimentari.

4 modi per contrastare i cambiamenti climatici

Ecco un piccolo vademecum per contrastare i cambiamenti climatici:

  • Avere un’alimentazione a base vegetale;
  • Evitare i viaggi in aereo;
  • Vivere senza macchina;
  • Fare meno figli.

Sia chiaro, tutto ciò serve per salvare il salvabile, poiché ormai è chiaro che abbiamo raggiunto un punto di non ritorno.

Per usare le parole di Hans Joachim Schellnhuber, direttore dell’Istituto di ricerca sull’impatto climatico di Potsdam:

I numeri sono di una chiarezza brutale: è impossibile guarire il mondo nel giro di pochi anni, ma lo si può ferire a morte per negligenza”.

Dov’è la speranza?

Non c’è ottimismo nelle parole di Foer, ma solo la brutalità delle conseguenze delle nostre scelte:

La verità è che, tra noi che viviamo nei paesi ad alto reddito con una morfologia variegata e tecnologie sofisticate, saremo in molti a sopravvivere al suicidio climatico. Ma subiremo lesioni permanenti. […] Il clima estremo ci costringerà a trasferirci, le nostre coste diventeranno inabitabili e la nostra economia crollerà. Scoppieranno conflitti armati, il costo del cibo schizzerà alle stelle, l’acqua sarà razionata, le malattie provocate dall’inquinamento aumenteranno a dismisura, saremo invasi dalle zanzare. E i traumi avranno un impatto psicologico […]”.

Tali considerazioni si mischiano a considerazioni di carattere sociale, al tema del neocolonialismo e dell’equa ripartizione delle risorse sulla Terra:

Gran parte dei popoli che stanno già morendo per i cambiamenti climatici e che moriranno per i cambiamenti climatici in futuro risiedono in paesi con impronte di carbonio minime, paesi come il Bangladesh, Haiti, lo Zimbabwe, le Fiji, lo Sri Lanka, il Vietnam […]”.

Il peso delle scelte individuali

La speranza risiede in una presa di coscienza collettiva, determinata dalla sommatoria delle scelte individuali di ciascuno.

Illuminante, da questo punto di vista, il passaggio sull’impatto che le scelte individuali hanno sulla collettività.

Nel libro “Connected: The Surprising Power of Our Social Networks and How They Shape Our Lives” gli autori dimostrano che le scelte individuali hanno un impatto molto rilevante sugli individui entro tre gradi di separazione.

In altre parole, l’impatto delle scelte di chi si colloca tra amici, amici degli amici e amici degli amici degli amici, è immensamente più forte di quello determinato da qualsiasi campagna di sensibilizzazione.

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Dunque, serve un’infrastruttura pubblica che consenta alle persone di fare le scelte che sono già pronte a fare.

Occorre, tuttavia, che il cambiamento parta dall’individuo e si propaghi di conseguenza. Semplice, no?

Mentre termino di scrivere questo articolo, mi accorgo che si fa strada in me la speranza. Speranza che questo stesso articolo riesca a influenzare qualcuno nel raggio dei tre gradi di separazione.

Sono un illuso? Può darsi. Intanto… vado a cercare di dormire.

1 commento su “Cambiamenti climatici, o quando un libro provoca sensi di colpa”

  1. Un cambiamento puo cominciare soltanto quando il valore generato da esso e l’etica che ne è alla base entrano nella psiche dell’individuo.
    I recettori di cui l’essere umano dispone per poter abbracciare un’etica sono i sentimenti,i quali , a differenza degli istinti di matrice naturale, si imparano.
    Quando la scuola si dimentica di avere come più alto scopo quello di formare l’individuo nel suo Io più profondo plasmandone la sfera emotiva con l’amore per tutti gli esseri viventi, e propone soltanto il passaggio di un contenuto da un cervello ad un altro, ecco che nascono generazioni che non hanno una risonanza emotiva potente a tal punto da poter anche solo riflettere con amore sulle proprie azioni.
    Purtroppo viviamo nell’era della tecnica, un’epoca nichilista dove l’individuo è un mero funzionario di un apparato. I valori del nostro tempo sono difatti produttività ed efficienza. Se non disponi di questi valori sei fuori da qualsiasi settore.
    Finché ci saranno persone disposte ad essere funzionari di un apparato tecnico non potremmo mai vivere in un mondo migliore.
    Nella mia esperienza di vita ho sempre riscontrato che il bene è infinitamente più lento,nel suo divenire, rispetto al male, e in questo momento le persone vogliono tutto e subito, non aspettano, non hanno tempo, non gli importa degli altri, alle volte non si prendono cura nemmeno di loro stessi, figuriamoci prendersi cura dell’ambiente in cui vivono.
    L’Occidente , e con esso intendo l’Europa e l’America Settentrionale, conta il 20% della popolazione mondiale e utilizza più del 70% delle risorse della Terra.
    Si potrà andare avanti così ancora per molto? La risposta è: no!
    La speranza nel futuro ci fa guardare in avanti con la volontà di vivere in un mondo migliore, ma quel mondo probabilmente non lo vedremo e questo basta alle persone per farle smettere di combattere.
    La razza umana è destinata ad estinguersi.
    Sono comunque contento che ci siano individui come te.
    Sei una bella persona.
    P.s: #Galimberti apre la mente!!

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