ROSA

Gli infissi ruvidi della piccola finestra rettangolare fanno da cornice al panorama sullo sfondo.

Contemplo in silenzio il mare in lontananza, insolitamente limpido. In casa c’è silenzio, pochi raggi di sole irradiano timidi la stanza, le particelle di polvere fluttuano sopra al vecchio divano marrone. Sono già le cinque di pomeriggio, sui piccoli fornelli in cucina ribolle una zuppa d’orzo e verdure.

Il suono di una campanella d’ottone rompe il silenzio, mi avvio lungo lo stretto corridoio, le pareti bianche sono costellate di vecchie cornici di legno scuro contenenti vecchie foto di famiglia.

I miei vecchi occhi stanchi lanciano uno sguardo fugace verso il ritratto di una giovane donna, ben truccata, con una gonna bianca lunga fino alle caviglie. È seduta su una panchina ed è intenta ad allacciare una delle scarpe aperte con il tacco, sorride al mio obiettivo mentre tento invano di rubarle un momento di inconsapevolezza giovanile. Era il 1962, durante uno dei nostri primi appuntamenti. Andammo a Villa Borghese (allora si poteva ancora arrivare con la macchina fino a Piazza del Popolo), parcheggiammo lì e salimmo lungo la strada che porta fino alla vista del Pincio.

Su quella panchina ci demmo il primo bacio, ne ricordo ancora il sapore.

Nel bagno perfino le mie vecchie narici consumate dal fumo riescono a percepire l’odore fetido dell’ambiente.

Rosa è seduta sulla tavoletta del water, gli occhi fissano un punto impreciso della vasca di fronte a lei.

In silenzio prendo della carta igienica e la passo con delicatezza tra le sue natiche, la getto nell’acqua marrone. Compio lo stesso gesto con una salvietta umidificata e la getto nel piccolo secchio vicino, ormai quasi colmo. Piego la schiena di fronte a lei, come in un inchino, lascio che ponga le sue braccia dietro il mio collo, e, con non poca fatica, la sollevo. Mi assicuro che la sua mano si tenga stretta alla maniglia della finestra e mi abbasso di nuovo per tirarle su l’intimo e la gonna, ormai scura e di lana.

Mi sollevo mettendo alla prova per l’ennesima volta le articolazioni consumate delle ginocchia, le avvicino il deambulatore, aspetto che avvolga le mani scavate dal tempo sui suoi sostegni e mi avvio verso il lavandino. Lavo con cura le mani, poi la accompagno in salone, la lascio sedere sulla poltrona verde scuro.

Spengo il fuoco della pentola, verso un po’ del contenuto in un piatto fondo con un mestolo d’acciaio, mi dirigo da lei a passi lenti, con lo sguardo attento ai bordi del piatto. Un cucchiaio alla mano e un fazzoletto in tasca, mi siedo di fronte a lei. Incastro il fazzoletto di carta sotto il suo mento, con una mano tengo il piatto, mentre l’altra raccoglie della zuppa con il cucchiaio. Lo porto alle sue labbra asimmetriche.

«Dai Rosa, apri».

Nessuna risposta. Soffio sul cucchiaio.

«Così, brava».

Il suono del mio soffiare e del suo aspirare la zuppa è l’unico presente in casa.

«Dopo vado al molo, così se prendo qualcosa domani ti faccio il pesce, sei contenta?».

Rosa sembra non riuscire a decifrare le parole che escono dalla mia bocca, fissa un punto della stanza dietro di me.

«Gigi dove sta?», mi chiede con fatica. Riesco a comprendere la domanda solo perché continua a ripetermela da anni ormai.

«Gigi non c’è Rosa, è morto sei anni fa»

«Ah, e quando torna?»

«Non torna Gigi»

«Ha chiamato oggi?»

«Si ha chiamato, dice che forse passa domani». Una bugia, che dimenticherà ancor prima di averla ascoltata.

Dopo, il solito copione di ogni sera: continua a mangiare, mentre il pensiero che il fratello possa venirla a trovare presto le da la spinta per farsi trovare in forze.

Gli ultimi due cucchiai li mangio io, vedendola ormai sazia.

La porto in camera e, dopo averla aiutata ad adagiarsi sul letto, le rimbocco le coperte. Lei dissente con un secco movimento della testa, tolgo la coperta di lana. Come ogni sera fisso per un attimo la sua fronte: vorrei poggiarci le labbra per darle la buonanotte, ma il pensiero di un ennesimo sforzo nel piegare la schiena è più forte della voglia di quel bacio. Mi muovo verso la porta.

«Buonanotte» dico a bassa voce, senza aspettarmi una risposta. Spengo la luce, supero la soglia e sigillo la camera da letto.

Il percorso da casa al molo è molto breve. Fino a qualche anno fa riuscivo ancora ad andare a piedi, ma ora la canna da pesca, l’acqua, un po’ di cibo, e la sedia di tela rendono troppo faticoso il cammino.

In radio, voci di opinionisti sportivi discutono di come sarà il ritorno al campionato e fanno ipotesi su come e quanto si giocherà per recuperare il periodo di pausa.

Parcheggio il più vicino possibile alla mia postazione di sempre. Il mare oggi è calmo, sono le sei e mezza, il sole è ancora alto, i pescherecci si preparano per l’uscita serale.

Poso a terra la canna da pesca e la valigetta con le esche.

«Damme un’occhiata a questi Giovà», dico al pescatore già seduto alla postazione accanto alla mia. Giovanni accenna con un docile annuire, mentre guarda il fiume scorrere verso la foce con le due canne da pesca incastrate nella seggiola di tela blu. È un uomo silenzioso, più giovane di me ma già nonno di due bambine. Ogni tanto mi ha parlato di loro, ho visto anche due loro fotografie dallo schermo del telefono, ma ricordo la conversazione così noiosa che sono felice che non sia un uomo loquace. Scarico la sedia dall’auto, torno al molo e finalmente ho tutto pronto per cominciare. Alla sedia ho incastrato un vecchio ombrellone, che apro in direzione del vento (più vanno avanti i giorni più mi tormenta la cervicale).

La postazione alla mia sinistra è ancora vuota, fortunatamente. Di solito lì si siede Riccardo, il sessantenne più rompipalle che abbia mai conosciuto, anzi, la persona più rompipalle che abbia mai conosciuto. Tutto di lui mi innervosisce: la barba incolta, il modo di vestire e di muoversi, la voce acuta, le dita lunghe e fine come quelle di un pianista denutrito.

Preparo l’esca mentre siedo comodo sulla sedia ben ancorata a terra, sul ciglio del molo. Il sole riflette l’acqua e mi sbatte sugli occhi, ma il cappellino con la visiera mi aiuta ad evitarne l’accecamento.

Ormai da anni mi godo questo appuntamento con il fiume: io, lui e nessun altro. A volte ci ho portato anche Rosa, ma lei non ha mai capito il mio amore per la pesca e mi ha sempre preso in giro: non si è mai spiegata come potessi divertirmi a sedere qui ore ed ore, sperando in un momento di gioia. Non ha mai capito che la mia gioia termina proprio quando riesco a prendere qualcosa.

È altro la parte più bella di tutto.

L’attesa.

I passanti dietro di me camminano lungo il molo. Non posso vederli, ma ascolto i loro movimento e tutti i loro discorsi.

Mentre gli occhi fissano l’acqua, cerco di immaginare chi passa alle mie spalle. Una coppia di giovani amanti, un gruppo di amici ritrovati dopo i mesi vissuti in isolamento. Uno di questi afferma che sia ormai tutto finito, l’altro crede non ci sia mai stato veramente nulla e dubita di chi ha seminato panico nei giorni passati, un altro ancora intima ai primi due di fare attenzione e di risparmiare le loro mere ipotesi ignoranti.

Ormai posso perfino ascoltare i loro pensieri, e credo che molti di loro non vorrebbero far altro che darmi una leggera spinta. La mia pericolosa vicinanza al precipizio coltiva in loro la voglia del dispetto. Forse perché vedono solo la mia schiena.

Il tempo passa e la mia canna da pesca trema sotto le onde del fiume. Il sole scende lento aldilà dell’orizzonte e la luce si fa sempre più rossa. I lampioni si accendono al crepuscolo, quando ancora il cielo non è del tutto nero. C’è silenzio dentro di me. Nel mare leggo i ricordi sbiaditi di una vita serena, non priva di tormenti.

Dall’altra parte della sponda, la medesima fila di pescatori sulle loro sedie condivide con il fiume pensieri e memorie.

Non abbiamo bisogno di parlare tra noi uomini di mare, eppure è come se li conoscessi tutti.

A volte, l’acqua che scorre da sinistra sembra raccogliere i nostri pensieri per trasportarli alla foce. Molti ricordi, durante queste lunghe attese, li ho gettati in mare come messaggi in bottiglia. Chissà per quali sponde hanno navigato.

Questi passi li riconosco, arrivano da lontano ma non stentano a farsi ascoltare, sono brevi, strusciano a terra come un pollo con le ali tagliate che tenta di volare.

«ECCOLO!». La sua voce urla forte, è Riccardo.

Sapevo sarebbe arrivato prima o poi.

Mi affretto a prendere dalla tasca del giacchetto la mascherina di cotone e la metto sul viso. Fatico a respirare con questa cosa infernale, ma almeno ho una scusa per non parlargli.

«Come va bello mio?»

Bello mio?, non ricordo di avergli mai dato il consenso di parlarmi così.

«Bene, Riccardo».

Segue il silenzio. Lui si aspetta che ricambi la domanda cosicché possa parlarmi della sua meravigliosa vita. Non lo farò, non gli darò questa soddisfazione anche stavolta.

«A te come va?». L’ho fatto, è stato più forte di me.

«Oggi novità! Guarda, tiè!».

Riccardo comincia ad assemblare quello che sembra essere il modellino di una piccola astronave. È la sua nuova sedia, enorme, con braccioli morbidi, schienale rinforzato, un vassoio per poggiarci il cibo, quattro porta bicchieri per ogni tipo di bevanda. Riccardo è basso, ma su quella sorta di trono mi supera di almeno quaranta centimetri. Si siede comodo dopo aver sistemato le sue cinque diverse canne da pesca, ognuna per un tipo di pesce differente.

Dà una veloce occhiata alla mia postazione: «Devi aggiustarla quella». Do uno sguardo al lieve strappo della tela sullo schienale della mia sedia, annuisco rassegnato, fingo di dargli ascolto. Non riesco a fare a meno di fissare le sue gambe corte penzolare dall’alta sedia.

Mentre l’antipatico pseudo-pescatore prosegue con i suoi sproloqui noiosi e pieni di sé, penso a quanto vorrei prendere almeno un pesce stanotte, un bel pesce succulento, a Rosa piacerebbe domani. Lo sfiletterei con cura, lo priverei di ogni spina fino a quella più nascosta, lo infornerei con delle morbide patate, condito con rosmarino, olio e sale.

Sarebbe un bel regalo, forse le farebbe perfino dimenticare di Gigi…

«Ha abboccato! Ha abboccato!». Una delle canne di Riccardo si piega a fondo fin quasi a spezzarsi. Gli altri pescatori si dirigono verso il suo trono, superandomi alle spalle. Osservo la scena di quel pietoso egoista senza muovermi. Riccardo afferra la canna da pesca con tutte le sue forze, con entrambe le mani doma il pesce impazzito, gira forte il rocchetto arrotolando il filo verso di sé. Gli altri impazienti osservano, qualcuno comincia a scommettere di quale bestia si tratti.

«Orata, no questa è una spigola, potrebbe essere addirittura un piccolo tonno».

Io, intanto, nel mio silenzio non so cosa sia più forte, se la curiosità di vedere uscir fuori dalle acque il pesce, o assistere alla delusione di Riccardo, vedendolo fallire.

La canna cessa di resistere, l’amo esce dall’acqua privo della sua preda fuggita chissà come. Decisamente questa è la sensazione migliore.

In silenzio, gli altri girano le spalle per tornare alle loro sedie, qualcuno ancora giura di averne visto la pinna, Era un’orata, mormora uno di loro.

Torno a fissare il fiume, sono stanco, i miei occhi faticano a rimanere aperti e la mia canna da pesca è sempre lì, quasi immobile.

Bevo dell’acqua, ma lentamente cedo al sonno.

Gli occhi si chiudono.

Il buio.

Mi svegliano di colpo le voci di Riccardo e Giovanni accanto a me. La mia canna è inclinata, un pesce ha finalmente abboccato. È la volta giusta, il sonno ancora mi pervade ma la voglia di pescarne uno è più forte. Quindi mi alzo dalla sedia, afferro la canna e combatto con la mia preda. Passa un intero minuto e la folla di pescatori dietro di me mi incita a non mollare. C’è chi vede l’acqua agitarsi, chi vede le squame, chi le pinne. La spinta si fa più leggera, io sono finito a terra per lo sforzo, il filo da pesca è teso come una lama, lo arrotolo sul rocchetto. Dal bordo del molo una bella orata è appesa al mio amo, la tiro fino a me, mentre gli altri mi aiutano ad afferrarla.

Senza che me ne accorga, un sorriso si staglia largo sul mio volto, anche se gli altri non possono vederlo per via della mascherina.

Tengo l’animale fermo a terra. Sento il cuore battere forte, fisso il pesce negli occhi. I deboli muscoli del mio corpo sono tesi.

Così tesi che provo dolore, un male che pervade improvvisamente il mio braccio sinistro. La mano molla la presa del pesce, che continua a dimenarsi sul cemento freddo del molo.

Il dolore dal braccio arriva al petto, lancinante. Mi accascio a terra sulla schiena, i volti dei pescatori sono tutti sopra di me.

Sono preoccupati. Qualcuno prende il telefono. Chiama aiuto. Ora le scommesse non sono più sul tipo di pesce, ma sulla mia diagnosi: qualcuno dice che è il cuore e quel qualcuno forse ha ragione.

Nonostante il dolore, il sentimento di felicità rimane a galla nel mio spirito.

Forse aveva ragione Rosa, non era l’attesa la parte più bella.

«Rosa! Vi prego, portatelo a Rosa questo, gliel’ho promesso!».

Il dolore ormai è quasi impercettibile, gli occhi disegnano un contorno nero, le voci si fanno ovattate.

Le parole mi si strozzano in gola.

Vedo un solo viso sopra di me, quello di Riccardo: i suoi occhi sono spalancati, impauriti, sinceramente dispiaciuti.

Rosa.

Il buio.

Quella notte Riccardo suggerì di lasciare che il pesce tornasse in acqua, così lo liberarono. La povera orata, spaventata, riprese vita e nuotò fino alla foce.

Il fiume aveva fatto il suo corso, aveva restituito una vita al mare.

In un piccolo appartamento non molto lontano da lì, quella stessa notte, una vecchia donna sognava serena: un leggero sorriso le si disegnava sul suo volto, l’indomani il fratello sarebbe giunto a trovarla.

  • Stefano Riggi nasce a Roma il 24 Agosto 1994 e cresce a Fiumicino tra spiagge sporche e marciapiedi infuocati. I luoghi gli stanno molto a cuore, soprattutto quelli scolpiti dall’abbandono, luoghi spesso presenti nei suoi scritti e nei suoi pensieri.

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