‘NTONELLA + COVID = LOVE

Quella sera Covid bevve da cento bicchieri diversi e da mille bottiglie alcoliche, da persone pressoché sconosciute. Baciò decine di bocche, ballò con numerosi corpi sudati, sussurrò parole deliziose e disgustose a chissà quante orecchie, abbracciò gente proveniente da ogni angolo del mondo, da ogni giungla, da ogni favela, da ogni barrio, quartiere e rione.

Mentre fumava del “marocco” assieme a quattro o cinque compagni di ventura, si rese conto che quella era una serata memorabile. Così ingerì una pozione magica preparata da una strega degli after, la quale lo fece, se possibile, ancora più felice. Si abbandonò ad un divertimento sfrenato, scatenato.

Era una notte senza luna, di pieno inverno… una delle tante in quel periodo… Forse pure meglio, anzi sicuramente migliore delle altre, perché fu proprio in quella penombra scandita da una musica techno da edonisti radicali che conobbe lei: ‘Ntonella.

Si dissero poche parole, ma essenziali, precise, chirurgiche e si guardarono in profondità, fino gli alveoli polmonari più nascosti dell’anima. Poi fu un attimo e si ritrovarono in una macchina di terza mano comprata su subito.it a fare l’amore, col ghiaccio di fuori e il fuoco di dentro. Scambiarono i contatti, giusto dei semplici indizi allo scopo di potersi rintracciare un giorno, ma per settimane si pensarono con una tale forza da farsi sanguinare il naso, senza però mai cercarsi.

Arrivò il tempo delle elezioni nel calabro land, un piccolo stato di necessità all’interno di uno stato più grande d’inquietudine e di bisogno. Covid da tempo non votava, ma quella volta lo fece convintamente per una lista civica di gente incazzata come lui. ‘Ntonella, invece, non votò affatto. Del resto di quella votazione non se ne fece nulla… come al solito. Furono sempre gli stessi squali a spartirsi la torta ed a fare in modo che nulla funzionasse.

Trascorsero settimane e arrivò il tempo di Carnevale, quasi come la coda di un inverno duro, durissimo. Non aveva nevicato, ma pioveva tanto e soprattutto faceva freddo. E quel freddo continuo, penetrante, sferzava i visi nei soffi di vento e nelle gelate notturne. Si sentiva, poderoso, invadere ogni cosa e raffreddare l’interno dei corpi molto più che l’esterno. Non c’era caldaia o caminetto, legna, pellet o metano che riuscisse a domarlo.

Era la stagione delle influenze, dei fazzolettini di carta a pacchi da dodici, degli starnuti e dei colpi di tosse a scandire il ritmo delle giornate. Tutto normale per un’epidemia che ogni anno faceva 8000 mila morti. Ci eravamo talmente abituati alla fastidiosa presenza dell’influenza, che ci eravamo rassegnati e non la consideravamo più nemmeno una malattia.

Del resto, a quel tempo, i padroni non lo consentivano ed allora noi ci sentivamo costretti a lavorare con la febbre alta, con la nausea, con le articolazioni doloranti, con l’indolenza e la spossatezza. Portare un certificato medico era come un’onta, una colpa, una macchia che restava indelebile. In pochi avevano il coraggio per farlo. Quindi, ci ritrovammo le tasche piene di aspirine, paracetamolo, Ibuprofene, antibiotici, analgesici, qualsiasi altra cosa potesse alleviare quella pena. Eravamo persino costretti ad uscire: non era un obbligo, ma un’ imposizione morale. Disattenderla, significava passare per deboli e per immunodepressi. Il circuito del consumo, poi, non poteva tollerare un affronto simile, compromettendo per reazione la nostra socialità.

Fu proprio in quella tristezza influenzale che, infreddolito, Covid scrisse a ‘Ntonella:


Ciao ti ricordi? [faccina dal sorriso imbarazzato]


Covid controllò le spunte ogni quattro minuti, ma, per diverse ore, esse rimasero grigie. Poi divennero magicamente blu. ‘Ntonella aveva risposto:


Ma certo, pensavo che mi avessi dimenticato… [faccina dal sorriso imbarazzato]


Covid visualizzò immediatamente.

Sei pazza? È stata una nottata stupenda, non potrei mai dimenticare! [faccina che manda bacio con cuoricino].

Ti ho pensato tanto, ma non ho avuto il coraggio di scriverti… [cuore]

Anch’io [cuore]


Continuarono a scriversi e anche a chiamarsi. Diventarono sempre più vicini, cosicché, pur distanti migliaia di chilometri, parevano potersi toccare.

‘Ntonella era una precaria della scuola che lavorava in Lombardia, attraverso una supplenza annuale. Covid era sempre rimasto in Calabria, dove si barcamenava tra giornate in nero da muratore, sussidi e spaccio di droga.

Si dissero tutto e in pochi giorni s’innamorarono veramente. Covid le raccontava dei suoi clienti, di storie di “buffi” e brutti ceffi, ma ‘Ntonella capiva solo che lui era un bravo ragazzo. A lei, anzi, piacevano quei racconti borderline. Lei gli parlava dei ragazzi autistici che seguiva, essendo un’insegnante di sostegno, gli raccontò di quando uno di loro scappò dalla scuola nell’orario in cui era sotto la sua custodia. Lo cercò come una disperata ovunque, con il cuore che usciva dalla bocca, prima di ritrovarlo su una panchina seduto a piangere. Spiegava a Covid che erano ragazzi complicati, ma che nello stesso tempo non avrebbe mai cambiato quel lavoro per nessuna ragione al mondo.

Passarono i giorni, sempre uguali, e i due non videro l’ora reincontrarsi. Ormai non potevano più aspettare, era un’esigenza, un bisogno fisiologico, un’impellenza da soddisfare il prima possibile. Covid doveva solo sistemare degli affari in sospeso e poi sarebbe partito per andarla a trovare. Sognavano il loro incontro ogni secondo, ogni attimo, in ogni respiro.

Intanto la televisione parlava di una strana epidemia, di un pipistrello, di un virus estremamente contagioso che infuriava in Cina e che ora si era presentato anche in Italia. Era solo un’ influenza, “le mascherine non servivano”, “non c’era pericolo”, dissero gli esperti. Poi però cambiarono versione. La gente iniziò a morire e le mascherine a scarseggiare…

Dicevano che a crepare erano solamente i vecchi, poi si accorgevano che non era giusto, che era disumano perfino pensarlo, e che non era nemmeno vero perché a perire era pure la gente giovane…

La tensione saliva di ora in ora.

Ormai, l’appuntamento fisso per tutti era ogni giorno alle 18:00, davanti alla tv, per il bollettino. Chiusero le scuole e Covid pregò ‘Ntonella di rimanere lo stesso perché a breve l’avrebbe raggiunta lui. L’aveva promesso.

Poi un imprevisto: l’infarto di suo padre. Lui fu costretto a ritardare la partenza, mentre lei non sapeva più se tornare o restare per aspettarlo. Intanto la famiglia, tutto il suo paesino, le dicevano in tutti i modi di non scendere, di rimanere su al nord, “perché altrimenti avrebbe portato il virus con sé”, “li avrebbe infestati”. Pensò che si sarebbe dovuta mettere in quarantena in ogni caso. Era dunque rimasta da sola nell’ inferno e lui ancora non arrivava, non dava notizie.

Nell’incertezza e nel terrore di quei momenti Covid e ‘Ntonella continuarono inevitabilmente, se possibile con più veemenza, ad amarsi distanziati socialmente. Lontani, eppure vicini. Lui, che era andato e tornato dall’ospedale per via di suo padre, si sarebbe dovuto mettere in auto-isolamento, così come lei, qualora fosse ritornata in Calabria. Non lo fece.

‘Ntonella non tornò e Covid si rese conto di non potersi muovere, di essere praticamente rimasto intrappolato. Entrambi si rassegnarono all’ idea dell’attesa. Continuarono a scriversi, e a video-chiamarsi, intraprendendo conversazioni da amanti furiosi.

Covid iniziò ad avere un strana tosse secca, piano piano si rese conto che stava perdendo il gusto, l’olfatto e una leggera febbricola cominciò a fargli compagnia. Non disse niente a lei, minimizzando puntualmente ogni cosa. Ma un pensiero fisso lo perseguitava: suo padre anziano che viveva con lui… Avrebbe potuto ucciderlo. Non gli restò che isolarsi davvero, pur non sapendo dove andare. Covid tenne tutto nascosto a ‘Ntonella e cominciò a scriverle sempre meno. E lei disperava, ne soffriva molto. Piangeva a cascate, mentre fuori dalle sue finestre si propagava il suono delle sirene delle ambulanze. Non si era mai sentita tanto angosciata e abbandonata. Piombò nello sconforto più profondo. Si chiedeva continuamente per quale motivo lui era improvvisamente cambiato, che cosa fosse successo.

Ma Covid non voleva risponderle, cercava di negare anche a sé stesso, non riusciva ad accettare l’idea di avere un ospite indesiderato nel proprio corpo, un parassita che lo faceva peggiorare inesorabilmente. La situazione stava precipitando e Covid, che, per il terrore di contagiare suo padre, aveva iniziato a dormire in macchina, ormai mangiava solo lo stretto indispensabile.

Le strade erano deserte ed in giro si vedevano soltanto posti di blocchi di carabinieri e polizia, volontari, cani randagi e preti.

Fece in tempo a scrivere un ultimo messaggio alla sua ‘Ntonella:

In ogni lacrima amara non c’è più fiducia.

Dentro ogni lago ghiacciato c’è un cuore che brucia.

Era un modo per dirle addio, il troppo amore non gli consentiva di farlo davvero fino in fondo.

Alla fine si decise. Non ebbe scelta. Respirava male. Si diede in qualche modo un poco di coraggio e andò in ospedale, terrorizzando il pronto soccorso appena giunto. Per farlo entrare nella tenda lo fecero attendere ore. Alla fine lo visitarono, gli applicarono un tampone e lo trasferirono nel nosocomio di un’altra città. Là gli misero uno strano casco in testa. Era ufficialmente entrato nel tunnel della terapia intensiva e sub intensiva, risucchiato e scomparso nel suo buco nero, stretto nella morsa del coronavirus.

‘Ntonella non ricevette più notizie di Covid e impazzì, letteralmente.

Intrappolata nella zona rossa, non perse mai la speranza e, ogni volta che il cellulare dava segni di vita, il suo muscolo cardiaco sembrava volere rompere la gabbia che lo tratteneva.

‘Ntonella Non si ammalò di raffreddore, ma fu colpita dall’abbandono e della mancanza. La diagnosi dei medici fu chiara: “mal d’amore fulminante”. Rimase per sempre aggrappata a quell’ultimo messaggio d’addio, a quella frase enigmatica e poetica che l’aveva fatta ammalare:

In ogni lacrima amara non c’è più fiducia,

Dentro ogni lago ghiacciato c’è un cuore che brucia.

Non lo rivide mai più.

  • Nato intorno alla metà degli anni ottanta nella provincia di Catanzaro, vive e lavora in Calabria. Sul suo conto ben poco d'interessante se non la passione per la scrittura, la lettura e gli esseri umani in generale, Va in giro, si muove, fa cose, vede gente. Scrivere perché è un maledetto bugiardo seriale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.