SCACCO MATTO, JOSHUA

Mi svegliai annaspando e con un mal di testa atroce.

Non riuscivo ad aprire bene gli occhi perché una luce abbagliante mi colpiva da ogni prospettiva. A fatica mi alzai e guardandomi intorno rimasi sbalordito.

Dove sono finito?, pensai.

Era un luogo ameno, spirituale e angelico che spaziava all’infinito in tutte le direzioni. Bianco e pallido, era pervaso da un’atmosfera candida e calma. Allo stesso tempo, il silenzio assoluto turbava la sua apparente tranquillità.

Un sogno, dedussi.

Ma se era solo un’illusione… perché  avevo l’emicrania? Perché provavo un forte senso di sbandamento? Forse il dolore al cervello celava la mia memoria?

Questi pensieri finirono per nausearmi e vomitai.

Una voce rauca emise un suono che proveniva dal nulla. Nonostante sembrasse più l’esalazione di un ultimo respiro, riuscii a decifrarlo. La voce mi invitava a camminare.

Non capii chi parlava ma un brivido mi percorse la spina dorsale. Mi irrigidì sentendo che il mio intero corpo si stava informicolendo.

«Cammina» ripete la voce.

Io non avevo mai preso ordini da nessuno, risposi quindi con una certa veemenza a quelle parole: «Verso quale direzione? Qui è tutto bianco e immacolato, non esiste un orizzonte: dovrei forse camminare senza sapere verso chi o cosa dirigermi?». Mentre parlavo sentivo un gusto acre nella bocca.

«Cammina e basta!» continuò la voce, «Non hai necessità di sapere né dove ti trovi né dove dovrai andare. Cammina, fino a quando giungerai al mio cospetto».

Feci come mi diceva e mentre camminavo verso il nulla allontanandomi dalla pozza di succhi gastrici e pezzi di cibo marcio, guardavo di tanto in tanto in basso pensando che il velo trasparente che reggeva il peso del mio corpo sarebbe  svanito e che mi sarei svegliato da quel miraggio cosi verosimile.

Camminai per  un tempo incalcolabile fino a che  le gambe mi dolsero a tal punto che dovetti inginocchiarmi per riposare. Fu in quel momento che scorsi , in lontananza , una figura incappucciata che vestiva un abito lugubre e nero: era altissima e le maniche del mantello erano talmente lunghe che quasi arrivavano a toccare il suolo.

Alla vista di quell’entità, mi paralizzai completamente. Sudavo e tremavo freneticamente. Il mal di testa aumentò e fui sul punto di svenire.

Quell’essere mi fece cenno di avvicinarmi.

Rimasi fermo, titubante: non facevo altro che pensare al netto contrasto tra la figura e il luogo ameno in cui mi trovavo.

Con uno sforzo immane mi rialzai e mi feci coraggio. Quello che stavo vivendo era soltanto un sogno, niente poteva nuocermi e non c’era bisogno di avere paura.

Mi avvicinai.

La figura stava in piedi rigida vicino a un piccolo tavolo. Ai lati del tavolo c’erano due sedie, poste l’una di fronte all’altra.

Sul tavolino c’era una scacchiera i cui pezzi non avevano una forma tradizionale, ma somigliavano piuttosto a mostriciattoli in miniatura: mentre i pedoni avevano lunghe braccia scheletriche , che nel loro movimento verso l’alto sembrava volessero agguantarmi, i pezzi pesanti erano fiere, che ringhiavano e mostravano i loro denti aguzzi. Il re e la regina, proprio come la figura cui ero al cospetto, celavano le loro sembianze e perciò non riuscivo a distinguerli.

Stimolato da quel curioso paragone, mi soffermai sulla falce che le due pedine stringevano al petto. La stessa falce che teneva in mano la figura.  Ecco che nel mio animo si insinuò un dubbio atroce: ero forse al cospetto della Triste Mietitrice?

L’essere incappucciato mosse il braccio destro e una mano scheletrica sotto al mantello mi indicò di sedermi. Fu un gesto molto lento, come se quel corpo mancasse della muscolatura necessaria a supportare il movimento.

Mi sedetti.

A quel punto anche la figura si sedette, sempre impiegando più tempo del necessario, e girò la scacchiera. Con quel gesto mi fece capire che voleva controllare i pezzi bianchi.

Non poteva essere vero: una partita a scacchi contro la morte! Pensai che quel sogno era cosi grottesco da non poter essere considerato neanche tale: era qualcosa di più di un sogno.

La sensazione che ci fosse qualcosa di strano non mi abbandonava: il mal di testa, l’ acidità che avevo nella bocca e nello stomaco, la completa insensatezza della morte che abita un posto angelico e che mi sfida a scacchi scegliendo di giocare con il  suo opposto cromatico.

Sto vivendo il sogno più strano del mondo, pensai.

Il contesto mi sembrò così assurdo  da risultare quasi divertente. Mi misi a ridere e, sicuro delle mie capacità, accettai la sfida.

 «Non ci sto», dissi baldanzoso, «perché devo giocare con il colore nero? A me non piace partire per secondo!».

La figura mosse il capo in segno di disappunto. «Tu, piccolo e insignificante essere, osi rivolgerti a me con questo tono sfrontato? Non hai potere decisionale qui; giocherai con il colore che più mi aggrada e che più rispecchia la tua oscura coscienza». Parlò con tono baritonale e la potenza del suono e delle parole mi ricondussero in quella sfera di terrore in cui ero caduto  poco prima.

Capii di non avere scelta: abbassai il capo che tenevo alto in segno di sfida e mi accucciai, fissando la scacchiera in attesa della prima mossa.

Come quando camminavo, mi sembrò che passasse un’eternità. In questa nuova eternità un acuto senso di colpevolezza si fece strada nello spirito e la figura che stava di fronte a me pareva nutrirsi del male che provavo.

Poi il mio avversario dette segno di vita e cautamente fece la sua mossa:  pedone E2 in E4.

Sebbene il mio stato psico-fisico fosse debilitato, non cedetti completamente alla rassegnazione e, con quel poco di raziocinio che mi rimaneva, analizzai la scacchiera.

Riconobbi la nota apertura di re. Cercai con gli occhi chiusi una risposta negli angoli remoti dell’evanescente memoria e, mentre lo facevo, mi accorsi che stavo spaziando nella mia mente.

Di colpo fu come se il cervello mi esplodesse e quando riaprii gli occhi, mi trovai nei pressi di una villa enorme di colore bianco: tutte le luci della casa erano accese e dalle finestre proveniva una musica da discoteca.

Sulla facciata era scritto: “Villa della Dama Bianca”. Mi sembrò qualcosa di familiare, un nome che avevo già sentito, anche se non riuscivo a ricordare dove. Poi sentii delle voci alle mie spalle che  dicevano : «Joshua…. Joshua… Che fai li impalato? Entriamo o ci perderemo le cose migliori!».

Mi girai e vidi tre ragazzi che mi venivano incontro. I loro volti erano sfocati.

Mentre mi superavano, uno dei tre mi prese per mano: il tocco fu leggero e delicato come quello di una donna.

Poi caddi nel vuoto e fui catapultato di nuovo sulla sedia di fronte alla scacchiera.

Cosa era successo? Un sogno nel sogno? La situazione stava iniziando a preoccuparmi.

Avrei risolto tutto una volta sveglio, adesso c’era una partita da vincere…

Mossi il mio pedone di re di due caselle prendendo posizione di fronte a quello bianco in E5.

Era il turno della mia avversario adesso, che spostò la regina con un movimento più fluido rispetto a quelli che avevo visto in precedenza. Non appena il pezzo toccò la casella F3 ecco che di nuovo lasciai il luogo ameno e mi ritrovai a ballare sfrenatamente sulle note di “Gangnam Style”.

Questa volta, però, ero all’interno della villa di prima.

Riconobbi Clelia, la mia ragazza, che mi infilò un bigliettino nella tasca posteriore dei pantaloni.

«E’ il tuo turno!» disse una voce, e mi ritrovai nel limbo.

Prima di pensare alla contromossa volli fare un tentativo per capire cosa stesse succedendo: misi una mano nella tasca dei pantaloni e trovai il bigliettino di Clelia. C’era scritto: “Via Pedoni 4”.

«Che significa?» chiesi alla morte.

«Non ricordi? non ricordi cosa c’era in Via dei Pedoni n. 4? Forse è cosi che voi esseri umani vi comportate: prima distruggete e poi dimenticate per ripulire le vostre coscienze».

«Basta» dissi, «Non voglio pensare più a niente. Voglio concludere questa partita il prima possibile, così potrò tornare alla mia bella vita».

Detto ciò non badai più a trovare le giuste risposte. Presi con  forza il cavallo in B8 e lo spostai in C6.

A quel mio scatto d’ira la Morte reagì con agilità e mosse l’alfiere F1 in C4.

«Bene», dissi,  « vuoi spostare la partita sulla velocità come si fa nelle partite a tempo? Eccoti accontentata». Spostai un altro pedone da H7 in H5, senza neanche pensare al perché.

Ero sempre stato una persona competitiva nella vita, ma quel sogno mi aveva stancato.

Mi ritrovai in macchina con i miei amici e la mia ragazza. Li guardai uno ad uno: il viso di Giulia era di un colore verdognolo, simile a quello di uno stagno pieno di alghe putride. Di Stefano non ne parliamo: aveva già rigettato come un vulcano per ben due volte; sì, ora ricordavo. E poi c’era lei, Clelia, la più bella ragazza di tutto il liceo; guardandola di sbieco non capivo se si fosse tramutata in un mostro a due teste o se fosse l’alcool che avevo in corpo ad annebbiarmi la vista. La trovai sexy ugualmente.

Misi in moto l’auto e mentre Giulia, che non capiva mai il limite delle cose, accese lo stereo a palla, partii sgommando, uscendo da Via dei Pedoni.

Lungo la strada cantavamo a squarciagola. Sfioravo le macchine, sorpassandole nel traffico.

Eravamo felici e ubriachi. Pensavo di essere il padrone del mondo intero.

Poi quell’ultima curva, poco prima della casa di Stefano, le ruote che slittano sull’asfalto bagnato, la macchina che impazzisce…

Mentre cadevo e vorticavo in un universo privo di stelle, sentii di nuovo la voce della morte che diceva perentoria:« Regina in C7». Rimasi senza parole.

Adesso era tutto chiaro, tutti i tasselli di quell’orribile sogno si erano finalmente collegati.

Camminavo di nuovo nel luogo ameno e, di fianco a me, la Morte mi guardava da sotto il cappuccio gongolando e mi disse : «Questo, Joshua, è il tuo destino: rimarrai giovane per sempre.  Questa è la sorte di chi non si avvede delle proprie azioni e ,brancolando nell’incoscienza o in preda alle più basse emozioni, mette a rischio non solo qualcosa di superfluo come la vittoria, ma anche la vita , propria e altrui. Gli scacchi, un po’ come la vita, sono un gioco di strategia: ogni mossa deve essere ben pensata per uno scopo superiore. Le gioie effimere non portano mai alla vittoria, se non si considera il disegno più ampio».

Da sotto il mantello tirò fuori un oggetto scuro e me lo porse.

Quando mi accorsi che era il re nero, la Morte mi guardò seria e mi disse:

«Scacco Matto».

  • Nato a Viareggio il 31/05/1993, si diploma al Liceo scientifico e viene ammesso alla facoltà di Scienze Motorie di Pisa. Ben presto, però, si accorge che la carriera universitaria non fa per lui e decide di intraprendere un'esperienza di vita all'estero. Vive a Berlino per circa un anno e qui scopre la sua passione per il disegno e la letteratura fantasy. Rientrato in Italia, ritenta la carriera universitaria presso l'Accademia di Belle Arti di Firenze. Di giorno barista nella Piazza del Mercato Centrale di Firenze, di notte scrittore, disegnatore e musicista.

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