CONFESSIONI DI UN’ASSASSINA

Il mio nome è Sofia.

Oggi è il mio compleanno: compio diciotto anni.

Alzo lo sguardo, incontro i miei occhi riflessi nello specchio che ho di fronte, traggo un respiro profondo, e dico a me stessa che mi chiamo Sofia, ho diciotto anni e… sono un’assassina.

È la prima volta che trovo il coraggio di affermarlo. Ho cercato in tutti i modi di negare tale realtà, ma, ahimè, ogni mio tentativo è caduto nel vuoto. In fondo, nei recessi della mente l’ho sempre saputo. Non sono mai stata in grado di lavare la coscienza da quest’antica colpa. La mia anima ha perso la sua luce e affoga nelle tenebre più oscure.

Lo sento.

Scende sempre più giù.

Muore…

Un tempo avrei temuto di mettere nero su bianco questa mia confessione, ma oggi, non avendo più nulla di cui rimpiangere l’eventuale perdita, ho deciso di confessare tutto. Non lo faccio per lui, o per lei. Lo faccio per me. Perché un tale senso di colpa rende già difficile la vita, figurarsi poi la morte…

Sono un’assassina. Però, a mia discolpa, posso dire che è stato l’amore a rendermi tale.

Nella primavera del 1991 avevo solo tredici anni. Ero una ragazzina precoce. Frequentavo la terza media. Non ero quello che potrebbe definirsi un genio, però ero intelligente. O perlomeno io mi reputavo tale. I miei capelli erano di un colore tra il biondo e il castano chiaro. I miei occhi erano azzurri. La mia pelle piuttosto chiara. Ero alta per la mia età. Avevo un bel seno, anche se ancora un po’ immaturo. I ragazzi delle scuole superiori mi guardavano con desiderio, cercavano di attirare la mia attenzione e di intrattenermi con i loro discorsi piatti e privi di sostanza. Io non ero minimamente interessata a loro. Non che non fossero attraenti. Tuttavia, nel mio cuore c’era posto per un solo uomo, un uomo che chiamerò D.

D. era il mio professore di inglese. Era americano, ma per ragioni a me ignote si era trasferito da qualche anno nel paese che mi ha visto nascere e poi crescere.

D. aveva circa trent’anni all’epoca ed era tutto ciò che un uomo potrebbe aspirare a essere. I suoi capelli erano biondi – dorati alla luce calda del sole – e arrivavano a sfiorargli il collo abbronzato. I suoi occhi erano verdi e penetranti. Il suo corpo era forte, vigoroso. Attraverso la camicia bianca potevo scorgere – e accarezzare mentalmente – i suoi bicipiti possenti. Ogni notte, nel buio e nel silenzio della mia stanza, toccavo le parti segrete del mio corpo pensando a lui. E dopo aver raggiunto l’apice del piacere, piangevo, consapevole che i miei sogni non si sarebbero mai tramutati in realtà.

Continuai a perdermi nel suo sorriso elegante e a struggermi in questo amore non corrisposto per circa due mesi, fino a quando dissi a me stessa che solo le cose brutte accadono da sole, quelle belle, invece, bisogna farle accadere. Dunque mi risolsi a compiere il primo passo.

Ogni giorno, dopo la scuola, iniziai a seguire D. fino a casa. Lui non sembrava accorgersi della mia presenza.

Abitava in una zona di campagna piuttosto distante dal paese. Puntualmente, conclusasi l’ultima ora di lezione, percorreva la strada che, partendo dalla scuola, si snodava fino ad arrivare a costeggiare un bosco. Una volta qui, imboccava il sentiero che, attraversando il folto della vegetazione, proseguiva fra gli alberi e raggiungeva la sua proprietà. Io lo seguivo in quel verde profondo e smagliante, dove persino le ombre parevano risplendere di promesse. Assaporavo il profumo della terra, dell’erba e dei fiori. Ascoltavo il frinire degli insetti. Mi perdevo nei miei sogni a occhi aperti…

Badavo bene a mantenere una certa distanza, in modo da non farmi scoprire e, una volta raggiunta la sua abitazione, lo guardavo varcare quella soglia e, non trovando ancora il coraggio di raggiungerlo fin lì, con rammarico ritornavo sui miei passi.

Seguirlo fino a casa era diventato parte della mia routine.

Le cose si ripeterono senza grossi cambiamenti per alcune settimane, fino a quando, un pomeriggio caldo di maggio, lui imboccò il sentiero come tutte le altre volte ma, giunto a metà strada, si fermò e, invece di proseguire verso casa, lo vidi inoltrarsi nel bosco. Non esitai ad andargli dietro.

Scesi lungo una scarpata impervia e scivolosa, scavalcai tronchi d’alberi riversi al suolo, mi feci strada tra arbusti e rovi. A un certo punto lo persi di vista e impiegai circa un quarto d’ora per ritrovarlo.

Ma quando finalmente lo vidi, sentii una fitta al cuore e un crampo allo stomaco. Fu in quel preciso istante che ogni mia illusione andò a infrangersi contro la triste realtà che avevo di fronte. Lui era lì, in piedi, con i glutei muscolosi ben in vista. Reggeva una donna tra le braccia e la sbatteva con foga contro il tronco di un albero. Lei era meravigliosa, una creatura angelica. I capelli lisci e castani, tendenti al nero, le ricadevano dolcemente sulle spalle. La sua fronte era imperlata di sudore. La osservavo mentre godeva. E la invidiavo. In quel momento desiderai ardentemente essere al suo posto. Li fissavo e loro, sotto i miei occhi vigili, si accoppiarono più e più volte, disinibiti, ignari della mia presenza.

Non so perché lo feci, eppure continuai a seguire D. ogni giorno dopo la scuola e ogni giorno diventavo la testimone invisibile dei suoi incontri con la donna nel bosco e ogni giorno osservavo lei concedersi a lui senza riserve.

Li guardavo e li detestavo, finché un pomeriggio vidi lui porgerle una piccola scatola, aprirla, mostrarle l’anello al suo interno e infilarglielo al dito.

A quel punto la situazione si fece per me intollerabile.

Desideravo punirli. Volevo fargliela pagare. Dovevano soffrire come stavo soffrendo io in quel momento. Riflettei tutta la notte, in cerca del modo migliore per rovinare le loro esistenze. Infine trovai la soluzione.

Quello che feci, in breve, fu denunciare il mio professore d’inglese per molestie sessuali. Inventai di essere stata trascinata in quel bosco contro la mia volontà. Dissi che lui mi costrinse a prenderglielo in bocca… dichiarai cose orribili sul suo conto. Quando penso a tutte le mostruosità che la mia mente fu in grado di partorire con il solo scopo di rovinare quell’uomo, vengo assalita da un forte senso di nausea. All’epoca desideravo solo ferirlo e, per rendere il mio racconto più credibile, descrissi accuratamente una cicatrice che l’uomo aveva all’altezza dell’inguine. Ovviamente mi credettero. Le persone credono sempre a quello che dicono i “bambini”, queste povere creature innocenti, senza macchia e senza colpa…

Il professore fu arrestato. Non riuscendo in alcun modo a provare la sua innocenza, si suicidò nella cella, poche settimane dopo l’incarcerazione. Si tagliò le vene con un frammento di vetro che non so come abbia fatto a procurarsi. Non dimenticherò mai i suoi occhi sbarrati che, nel giorno dell’accusa, incrociarono i miei – azzurri e freddi come il ghiaccio.

Per quanto riguarda la sua fidanzata – Susanna, si chiamava così – anche lei morì. Poco dopo il suicidio di D., sui giornali apparve la notizia di una donna trovata impiccata nel bosco. Capii immediatamente che si trattava di lei. Un po’ mi dispiacque. Forse anche quella donna amava D. con la stessa intensità con la quale lo amavo io. Chissà…

In qualunque caso, qui si interrompe la mia confessione, ed ecco come, a tredici anni, io divenni un’assassina. Ciò che ho fatto, l’ho fatto per amore. Io amavo quell’uomo. E non ero disposta a dividerlo con nessun’altra donna, a costo di perderlo per sempre. Ma oggi sento il bisogno di togliermi questo peso dalla coscienza. Non sto bene. È da un po’ che soffro di mal di testa frequenti. Ho una visita medica tra qualche giorno. I miei genitori cercano di farmi coraggio e dicono che andrà tutto bene. Io annuisco e distendo le labbra in un sorriso che finisce agli angoli della bocca. So che nulla potrà mai andare bene. Sono consapevole che un male oscuro si sta impadronendo del mio corpo. Ne sono io stessa l’artefice. Sono stata io, con le mie parole, ad aver piantato i semi della malattia che ora mi affligge. E so per certo che non manca molto alla fine. Nelle notti buie, i fantasmi del passato tornano a farmi visita e rivedo il mio professore e Susanna amarsi nel verde del bosco. Mi attendono, affinché io torni a essere la testimone invisibile della loro passione. Forse, alla fin fine, sono riusciti a coronare il loro sogno d’amore nel regno della morte. Lo spero per loro.

  • Nasce nel 1987 a Vibo Valentia, nel Sud Italia. Nel 2011 consegue la laurea triennale e magistrale in Lingue e Letterature Moderne con 110 e lode, presso l’Università della Calabria, a Cosenza. Nel 2012 si trasferisce nel Nord dell’Inghilterra dove inizia a lavorare come Assistente di Lingua a Newcastle upon Tyne. Più tardi si sposta a Brighton dove, nel 2015, consegue il Postgraduate Certificate in Education e Qualified Teacher Status presso la “University of Sussex” iniziando così a insegnare Lingue nelle scuole primarie e secondarie. Contemporaneamente scrive brevi articoli a carattere filosofico e letterario per la rivista bimestrale “Santa Maria del Bosco”. Lavora come insegnante di lingue full-time per quattro anni consecutivi. In seguito, l’amore per la lettura e la scrittura la spingono a cercare un altro tipo di lavoro, in modo da poter dedicare più tempo ai suoi hobby. Inizia così a lavorare come LRC co-ordinator in una scuola secondaria e, successivamente, come Teaching Assistant in una scuola primaria a Brighton, senza mai smettere tuttavia di insegnare Italiano e Spagnolo privatamente. Nel mese di Marzo 2019 viene pubblicato un suo breve racconto su un’antologia curata da Vincenza Alfano per L’Erudita: “Il libro dei libri in cento parole”. Nel mese di Ottobre 2019 viene pubblicato un altro breve racconto su un’antologia curata da Vincenza Alfano per L’Erudita: “Una storia per ogni giorno”. Nel mese di Novembre 2019 pubblica il suo primo romanzo, “Purple Lilies”, con la Casa Editrice “Brè Edizioni”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.