The man in the high castle – tratto da “La svastica sul sole” di Philip K. Dick

Ogni volta che guardo un prodotto televisivo basato su un libro che ho amato, percepisco una sensazione quasi preoccupante: mi tremano le vene dei polsi. La storia da guardare sarà all’altezza di quella che ho letto? Le immagini coincideranno con quelle che la mia mente ha creato durante la lettura? E soprattutto: gli sceneggiatori avranno esagerato con il maneggio della fabula e dell’intreccio, oppure avranno reso degnamente omaggio all’opera letteraria? Dalla risposta di queste domande dipende il mio giudizio sulla serie tv di cui è recensione, giudizio che sarà dunque – inevitabilmente – influenzato dal costante confronto con il libro, capolavoro della fantascienza ucronica.

La storia

L’uomo nell’alto castello (The Man in the High Castle) è una serie ideata da Frank Spotnitz,  prodotta da Amazon Studios e si basa sul romanzo di Philip K. Dick “ La svastica sul sole” del 1962. Dunque, come il libro, essa è ambientata in un passato alternativo in cui le potenze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e dominano il mondo.

Siamo negli anni ’60: gli Stati Uniti d’America non esistono più e il loro territorio è occupato da Germania e Giappone, che controllano, rispettivamente, il Grande Reich Nazista (a est) e gli Stati Giapponesi del Pacifico (a ovest); tra i due territori è presente uno stato cuscinetto, noto come Zona Neutrale (ufficialmente “Stati delle Montagne Rocciose”).

Illustrazione di RedFoxJinx (i confini si basano su una mappa mostrata nel pilot)

I personaggi

La serie segue le vicende di Juliana Crain, una giovane donna che vive a San Francisco (quindi sotto il dominio giapponese), insieme al fidanzato ebreo Frank Frink. Un giorno, mentre torna a casa, Juliana incontra la sua sorellastra Trudy, che le affida la bobina di una pellicola intitolata “La cavalletta non si alzerà più”, che mostra una realtà alternativa in cui gli Alleati hanno sconfitto le potenze dell’Asse.

Juliana intraprende così un viaggio alla scoperta della verità sul funzionamento del mondo, un viaggio che si rivela soprattutto un viaggio interiore, alla scoperta del suo vero scopo nell’equilibrio delle cose.

La storia di Juliana si incrocia con quella di Joe Blake, un giovane di New York (quindi cittadino del Grande Reich). Egli è una spia nazista che lavora per l’Obergruppenfürer John Smith, un alto ufficiale nazista. Gli altri personaggi ricorrenti sono Nobusuke Tagomi, il Ministro del Commercio giapponese che lavora a San Francisco e l’Ispettore Kido. Tagomi-San è preoccupato per la situazione di tensione che si è creata tra Germania e Giappone: la prima, infatti, tecnologicamente e militarmente più avanzata ha mire espansionistiche nei confronti del seconod, neanche troppo celate. Kido è, invece, l’Ispettore capo della Kempeitai, un uomo devoto all’Imperatore e ligio al dovere che cerca con ogni mezzo di stroncare la Resistenza operante negli Stati del Pacifico.

Altro personaggio essenziale (più nel libro che nella serie tv in verità) è Robert Childan, proprietario di un negozio di antiquariato, settore molto apprezzato dai giap occupanti.

La fotografia

Dal punto di vista tecnico, la serie tv è apprezzabile sotto diversi aspetti.

Innanzitutto, la fotografia: straniante e ipnotica sin dalla sigla. Le immagini sono di qualità e rendono bene il contesto degli anni ’60 in un cupo mondo alternativo. È eccezionale il modo in cui si rende noto il passaggio da una zona all’altra del mondo: atmosfera calda per gli Stati del Pacifico, più fredda per il Grande Reich, decadente e quasi onirica per la Zona Neutrale. Meravigliosa la ricostruzione della Berlino “Caput Mundi”. Insomma, si tratta di un lavoro di immagine che restituisce costantemente una sensazione di smarrimento e di minaccia e che rende riconoscibile la serie tv fin dalle primissime battute.

Le altre caratteristiche che ho apprezzato

Altro aspetto rimarchevole è la densità emotiva che accompagna ogni episodio della serie. Lo spettatore è continuamente invitato a riflettere su tematiche importanti (quali la libertà, la democrazia, la solidarietà) ed è portato ringraziare il cielo che la storia abbia preso una piega diversa da quella descritta.

Inoltre, la serie ideata da Frank Spotnitz cerca di dare una degna conclusione alla storia creata da Dick (ammesso che ce ne fosse bisogno). Lo stesso Dick, peraltro, aveva iniziato un secondo capitolo della storia, rimasto purtroppo incompiuto. Il tentativo è apprezzabile, anche se non totalmente riuscito ad avviso di chi scrive. Si poteva, infatti, presentare una storia più distesa e più coerente con lo spazio narrativo de “La svastica sul sole” e caratterizzare meglio alcuni personaggi. Ad esempio, la figura di Juliana Crane è ridotta quasi a personaggio secondario nell’ultima stagione, mentre l’introduzione della “Black Communist Rebellion” appare artificiosa e non necessaria nell’economia della storia.

La recitazione non sempre è all’altezza, ma vanno sottolineate le importanti prove di Joel de la Fuente (Kido) e Rufus Sewell (John Smith).

I dialoghi sono studiati, soprattutto nelle prime due stagioni, ed efficaci. Tagomi-San ripete sempre che:

Il fato è mutevole, il destino è nelle mani degli uomini

e così giunge al cuore della questione: come sarebbe il mondo se l’Asse avesse davvero vinto la guerra?

Il confronto (impietoso?) con il libro di Dick

Un amante del libro di Dick non può non storcere il naso di fronte alla manipolazione della trama che è stata compiuta con questa fortunata serie tv. Parlo di manipolazione perché la serie, di fatto, condivide con il libro soltanto il contesto, il nome dei personaggi e la storia di fondo. Nel mondo ucronico della serie tv è stata completamente eliminata l’Italia, anch’essa potenza vincitrice della guerra; lo preciso non perché scosso da un moto sovranista, ma perché si tratta di un aspetto importante nell’economia del racconto di Dick (lo stesso Joe – nel libro Joe Cinnadella – è italiano). Alcuni passaggi che risultano centrali nel libro, poi, sono soltanto accennati nella serie tv (ad es. la pratica dell’I Ching, una sorta di oracolo cinese che predice il futuro). Con riferimento a “La cavalletta non si alzerà più”, bisogna anche dire che la scelta di sostituire il libro con dei film è efficace dal punto di vista narrativo nell’ambito della serie tv, ma sottrae il fascino del “libro dentro il libro” tipico del “La svastica sul sole”.

Indubbiamente, siamo di fronte a una delle serie tv migliori che siano apparse negli ultimi tempi (mi riferisco soprattutto alle prime due stagioni). Un appassionato de “La svastica sul sole” non può che storcere il naso di fronte a una manipolazione della trama così profonda e, spesso, non necessaria. Mentre scrivo questa recensione, il mio stesso naso è storto. Eccome se lo è.

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